Venerdì 3 ottobre, alla libreria La Torre di Abele, il circolo Uaar di Torino ha organizzato un incontro dal tema “Fare figli, con chi? La multi-genitorialità come norma“ con la presenza di Francesco Remotti (Antropologo culturale dell’Università degli Studi di Torino), Patrizia Forlini (Assistente Sociale dell’equipe adozioni e affidi del comune di Parma) e Silvia Casassa (FAMIGLIE ARCOBALENO Associazione Genitori Omosessuali e coordinamento Torino Pride LGBT). Il tema di scottante attualità è stato declinato, dai relatori, in base alle rispettive competenze; si è pertanto passati da una interessantissima analisi antropologica con riferimenti a culture molto distanti dalla nostra del professor Remotti, per arrivare alla situazione italiana ed ai casi concreti analizzati da Patrizia forlini e Silvia Casassa. Le varie argomentazioni hanno destato grande interesse nel pubblico che ha contribuito con una nutrita serie di domande a concludere una serata densa di stimoli e riflessioni. Di seguito un resoconto di Andrea Ferraris referente Uaar per la provincia di Biella:
"Per primo ha parlato Franco Remotti che ha presentato studi antropologici dell'ultimo secolo dai quali emerge chiaramente che il modello di genitorialità e la costruzione di un figlio ("fare un figlio") durante i molti anni dell'infanzia del bambino presso tante altre società diverse dalla nostra, caratterizzata (almeno una volta) dalla famiglia mononucleare, sono multi-genitoriali ed eterogenei e portano alla formazione di individui ben fatti e adatti tramite contesti di allevamento e istruzione molto diversi da quelli della nostre società. In particolare ha citato un proverbio africano che dice che per fare un bambino bastano due genitori, ma per fare una persona ci vuole un villaggio. Poi ha parlato Patrizia Forlini illustrando i criteri impiegati nel suo lavoro e come sia un punto fondamentale nella costruzione dell'identità e del benessere psicologico del bambino dato in affido o adottato e una domanda che spontaneamente viene anche da lui, ricostruire il proprio percorso e origini fra le diverse figure genitoriali che si sono succedute nella sua vita a partire dai genitori biologici, nonostante le situazioni di disagio anche emotivo e interpersonale che hanno generato questa storia. Infine ha parlato Silvia Casassa evidenziando come, anche se la sentenza di Roma di luglio di adozione da parte di due genitori omosessuali, pur stabilendo un precedente e un punto di partenza, comunque sanciva anche una patente discriminazione e disparità di trattamento fra genitori "normali" e altri genitori, dato che i primi non sono costretti a sottoporsi e passare la trafila dell'adozione dimostrando di essere genitori adatti, mentre i secondi in questo caso, pur avendo pianificato e voluto la maternità in modo consapevole (nella fattispecie una coppia di donne, compagne già da anni, di cui una si è sottoposta all'estero a procreazione assistita), per vedersela riconoscere ha dovuto seguire l'iter dell'adozione. Questa è una sintesi molto succinta e parziale, ma che spero possa dare un'idea più chiara dell'argomento e di quanto possa interessare (secondo me, molto). Sentendo l'ultimo intervento di Silvia Casassa, m'è venuto in mente che forse potrebbe essere interessante anche sentire un esperto/a di diritto di famiglia, dato che, come mi sembra essere la questione, almeno da un punto di vista formale, la soluzione del problema giuridico potrebbe essere banale, senza contemplare casi particolari, ma anzi generalizzando e sostituendo "persona" a "uomo" e "donna" nelle norme in cui si parla di matrimonio o di altri tipi di unioni e/o affidamenti e adozioni."

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