Silvia Ronchey
Rizzoli, Milano, 2010 320 pp., 19 €

Sulla figura di Ipazia, matematica e astronoma del V secolo d. C., sono fiorite nei secoli molte leggende che hanno contribuito a renderla incerta ed evanescente, una figura dove è difficile separare la verità dei fatti dalle favole e dal mito. Silvia Ronchey, professoressa di filologia classica e civiltà bizantina all’Università di Siena, ha scritto questo libro con lo scopo di chiarire, per quanto possibile, la verità circa la figura storica di Ipazia. Il compito non è facile, dato che le fonti dell’epoca sono scarse e non tutte egualmente obiettive ed affidabili. L’opera si divide in tre parti. Nella prima, dal titolo “Chiarire i fatti”, l’Autrice cerca di fare luce sulla figura storica di Ipazia e soprattutto sul contesto storico in cui visse, ossia l’Alessandria d’Egitto del V secolo d. C. La situazione politico-sociale della città era parecchio complicata: accanto ad un’aristocrazia pagana, filogovernativa (il governo imperiale era rappresentato dal prefetto Oreste), viveva una fazione popolare cristiana, guidata dal vescovo Cirillo, ed una comunità ebraica. Il crogiolo era potenzialmente esplosivo, soprattutto per le mire di potere politico del vescovo, il quale cominciò con violenze ai danni degli ebrei, che vennero assaliti nelle loro case ed espulsi dalla città. Dopodiché fu la volta dei pagani: poiché colpire direttamente Oreste era difficile, Cirillo si rivolse alla figura più rappresentativa del paganesimo in città, ossia Ipazia, che fu aggredita, denudata e smembrata con cocci da una masnada di monaci ignoranti, rozzi e sediziosi, detti “parabalani”. Oreste si rivolse a Bisanzio perché fosse fatta giustizia di quell’orrendo delitto, ma la corte bizantina, retta allora da Pulcheria, sorella dell’imperatore bambino Teodosio II, fece di tutto per insabbiare l’inchiesta, riuscendoci. La seconda parte, dal titolo “Tradire i fatti”, è una carrellata di come la figura, ormai mitica, di Ipazia venne letta ed interpretata dagli storici, filosofi, letterati a partire dalla sua epoca fino ai giorni nostri. Infine, nella terza parte, intitolata “Interpretare i fatti”, l’Autrice cerca di approfondire alcuni aspetti già precedentemente trattati, relativi sia al contesto politico-religioso, sia all’insegnamento di Ipazia e all’importanza della sua figura nella storia della scienza antica. Su questo punto la Ronchey è chiara: Ipazia fu senz’altro una studiosa dotta e di notevole valore, ma non elaborò dottrine originali ed innovative. La sua importanza è più politica che scientifica, la morte tragica l’ha ricoperta dell’aureola del martirio o, meglio, del sacrificio eroico. Tuttavia non si può non essere d’accordo con quanto scrive l’Autrice al termine della sua opera: “Ma su un punto non si può non essere concordi: a qualunque cosa Ipazia sia somigliata di più, a una studiosa o a una sacerdotessa, a una composta insegnante o a un’aristocratica eccentrica e trasgressiva; che sia stata giovane o no, che abbia fatto o no davvero innamorare i suoi allievi, che abbia o no – non è escluso – scoperto qualcosa di nuovo;……; in ogni caso, ogni volta che nella storia si ripropone, e si ripropone spesso, il conflitto tra un Cirillo e un’Ipazia, una cosa è certa: siamo e saremo sempre dalla parte di Ipazia” (pag. 193). Giudizio al quale mi associo completamente.

Guido Bertolino