Cesare Bianco
Project- Edizioni Leucotea – Sanremo (IM)
2014
pp. 232, € 14,90

Questo libro raccoglie quattro racconti storici, ambientati in Italia al tempo del papato di San Pio V, al secolo Michele Ghislieri (1504 – 1572), frate domenicano e feroce, maniacale persecutore degli eretici per tutta la sua vita. Perché dei racconti? Perché il racconto permette di immaginare i sentimenti dei protagonisti, degli eretici perseguitati, le loro paure, i loro dubbi, l’abbandono degli affetti per coloro che erano costretti alla fuga in terre più sicure, il ripudio dei famigliari più stretti che temevano per la loro propria vita, il crollo degli ideali predicati e praticati per buona parte della vita, i compagni di fede che, per timore delle spie, fingevano di non riconoscere i confratelli di un tempo. Tutti questi sentimenti, tutti questi affetti, che non trovano cittadinanza in un saggio, sono evidenziati in questo romanzo, pur nel rispetto rigoroso della verità storica basata sui documenti dei processi, che l’Autore si premura di citare al termine di ciascuno dei quattro racconti.

Il primo dei quali riguarda Giovanni Maria Tagliati, detto Maranello dal luogo di nascita, professore di grammatica italiana e latina, e la comunità eretica di Modena, che risalta in tutta la sua vivacità: professori, nobili, letterati, ma anche artigiani, calzolai, commercianti, che sono affascinati dalle dottrine che predicano il ritorno alla semplicità evangelica, la giustificazione per la sola grazia divina, il rifiuto della Chiesa Cattolica. Tutta questa comunità sarà dispersa dall’Inquisizione: alcuni fuggiranno in terre più sicure, altri, come Giovanni Maria, si costituiranno e saranno condannati a terminare i propri giorni nella città di Modena senza mai potersene allontanare e ad altre pene accessorie.

Il secondo racconto parla di un frate, Pietro Antonio da Cervia (m. 1567), che da giovane rifiutò di seguire le orme del padre, un ricco mercante di lana, e si fece frate agostiniano. Come tale, stette in diversi conventi, dapprima a Ravenna, poi a Venezia e a Como, dove ebbe come priore padre Eusebio da Mantova, che in segreto leggeva le opere di Lutero. L’Autore descrive, con rara finezza psicologica, il rapporto tra i due religiosi, la progressiva scoperta delle tesi protestanti sulla giustificazione per fede. Pochi anni dopo, quando ormai padre Eusebio era morto, Pietro Antonio fu scoperto dall’Inquisizione, tradotto in carcere e costretto ad abiurare. Fu condannato al trasferimento nel convento di Bergamo, dove avrebbe dovuto restare per dieci anni, ma da cui fuggì per rifugiarsi,, dopo alterne vicende, abbandonato ormai l’abito talare, a Modena, dove frequentò la comunità ereticale cittadina, già descritta nel primo episodio. Catturato nuovamente dall’Inquisizione e torturato, fu dichiarato eretico relapso (cioè ricaduto, recidivo), e come tale fu condannato ad essere impiccato e poi bruciato. La sentenza fu eseguita il 5 settembre 1567. Commovente è l’ultima sua lettera scritta ai compagni di Modena, colma di tristezza ma anche di orgoglio per le scelte fatte coerentemente al suo credo.    

Il terzo racconto è quello che dà il titolo al libro; la figura del papa santo e assassino è tratteggiata descrivendo il processo di Pietro Carnesecchi, prelato fiorentino in odor di eresia luterana; processato e assolto una prima volta sotto Paolo III, fu processato nuovamente sotto il suo successore, ossia Pio V, e questa volta non riuscì ad evitare la condanna, che secondo l’Autore era in realtà già scritta: fu decapitato all’alba e poi bruciato. Dal racconto emerge il furore con cui il papa perseguitava gli eretici, soprattutto quelli che si annidavano all’interno della Chiesa, quasi a voler purgare il clero della pravità heretica. Sotto il suo pontificato Roma viveva un clima di terrore, le spie dell’Inquisizione erano dappertutto, feste, balli, musiche, divertimenti furono banditi.

L’ultimo racconto riporta invece un episodio della caccia alle streghe, sempre ambientato nel modenese, dove una povera contadina, Chiara Signorini, sposata e con figli, a causa di pettegolezzi di paese, cade nelle grinfie dell’Inquisizione. Portata in carcere a Modena, è torturata e alla fine ammette di essere una strega e di aver fatto dei malefizi ai danni della sua padrona. Interessanti sono gli interrogatori, sempre basati su rigorose fonti storiche citate alla fine del libro, che, condotti in maniera capziosa dal Domenicano di turno, conducono la poveretta ad ammettere di aver avuto rapporti col demonio, anche se non carnali. Costretta ad abiurare, la donna sarà condannata a restare per tutta la vita nell’ospedale di Modena, al servizio dei poveri.

La scrittura, semplice ed essenziale, favorisce la partecipazione del lettore alle vicende narrate.

Il volume è arricchito, oltre che dalle note con i riferimenti agli atti dei processi che fanno da supporto storico alla narrazione, da una breve bibliografia sull’eresia e l’Inquisizione nell’Italia del Cinquecento.

Guido Bertolino