Paolo Flores d’Arcais
La democrazia ha bisogno di Dio. Falso!
Laterza, Roma-Bari, 2013
138 pp. € 9,00

Questo libro tratta della laicità dello Stato e della necessità di tenerlo separato dalla religione; esso quindi affronta una tematica centrale per l’UAAR. Si compone di un prologo, quindici capitoletti ed un epilogo, più le note ai capitoli. Fin dall’inizio l’Autore dichiara l’incompatibilità della democrazia con Dio. I fedeli sono allora esclusi da essa? No, purché riconoscano la fede come un fatto privato, che orienta ed informa le loro condotte private ma che non può e non deve influire sulle scelte della vita pubblica.

Per l’Autore, democrazia è autonomia, ossia è la comunità dei cittadini i quali si danno la propria legge da sé, senza aspettarsela dall’Alto-Altro (contrapposizione con il concetto di eteronomia). Da questa definizione, che forse non tutti accetteranno, discendono per conseguenza logica tutte le tesi discusse nel libro. Infatti:

Dall’autonomia dei cittadini segue che la legge non può derivare da un Dio trascendente

Dunque le leggi devono essere fondate su argomentazioni razionali, non sul ricorso all’autorità della tradizione religiosa

Da qui segue che sui “temi eticamente sensibili” (divorzio, aborto, omosessualità e matrimonio omosessuale, eutanasia, ecc.) bisogna ragionare secondo la scienza, non seguendo i testi sacri

Sempre dall’autonomia, segue che nessun cittadino può prevaricare sugli altri (è l’isonomia di Pericle, anche se non è citata nel testo – NDR), altrimenti interi gruppi di cittadini sarebbero “meno autonomi” di altri

Di qui segue il principio: “una testa, un voto”

Questo principio ovviamente presuppone “un voto dato con la propria testa” (pag. 122), ossia il poter pensare senza essere travolti dall’affanno quotidiano per la sopravvivenza. Solo condizioni materiali che garantiscano una dignitosa esistenza (che è molto meno del diritto al perseguimento della felicità secondo Jefferson) consentono un voto informato e responsabile. “L’autonomia ha bisogno di benessere, la libertà di welfare” (pag. 123).

Storicamente, tutte le organizzazioni umane si sono fondate sul Sacro, sul trascendente; solo negli ultimi tre secoli, a partire cioè dal secolo dei Lumi, alcune società si sono emancipate dalla trascendenza, si sono “disincantate”. Priva del supporto della sacralità, la democrazia si regge solo sullo spirito civico dei cittadini, sull’ethos repubblicano (quindi è debole). Ma essa non riesce sempre a soddisfare nei cittadini il bisogno di giustizia, che le religioni ponevano nell’aldilà; quindi, conclude preliminarmente l’Autore, è forse proprio vero che la democrazia ha bisogno di Dio. Già, ma quale, data la incredibile varietà di culti e di credenze esistenti al mondo? Ed inoltre, esiste un grave rischio connesso alle religioni quando influenzano la politica: il rischio cioè che qualunque atrocità, qualunque misfatto possa essere giustificato come “volontà di Dio”; la storia ed anche il presente sono pieni di esempi. Quindi, contro l’affermazione di Ivan Karamazov, secondo cui, se Dio non esiste, se non c’è vita futura, allora tutto è permesso, è vero il contrario: è il ricorso alla divinità che rende lecita qualunque efferatezza nel suo nome.

Contro questa deriva le democrazie possono solo opporre il baluardo della ragione: le leggi devono essere basate su argomentazioni razionali. Portare Dio nei dibattiti della vita pubblica è una forma di ragionamento basato sull’”ipse dixit”, che è la negazione stessa del ragionare. Il rischio è quello della teocrazia, sul tipo di quelle islamiche mediorientali. Dunque, la religione deve essere confinata nel privato; nell’ambito pubblico, essa non può e non deve essere la base delle scelte di uno Stato: “L’ethos comune della democrazia è il rispetto di ogni stile di vita che non comporti imposizione ad altri (pagg. 105-106). La legge deve inoltre tutelare la libertà di critica, anche quando il credente, che vive la propria religione come elemento fondante della propria vita e della propria spiritualità, si senta offeso da essa.

Importantissima poi è la scuola, perché è proprio nella scuola che si formano sia il senso civico (l’ethos su cui si fonda la democrazia), sia il senso critico che impedisce di prendere per buone tesi non dimostrabili.

Passando ai temi “eticamente sensibili”, l’Autore smaschera l’argomento delle Chiese che si appellano alla cosiddetta “legge naturale”, mostrando che nelle società umane, data l’estrema varietà di comportamenti ammessi o repressi, non esiste affatto “una” legge naturale; l’aggettivo “naturale” è solo un modo ipocrita per non dire “legge divina”.

Infine, si passa a considerare il “cognitivismo etico”, ossia il concetto secondo cui vi sarebbe un <<nucleo di norme, o valori, o preferenze morali, accertabile come universalmente valido, per argomentazione razionale o altrettanto inoppugnabile “intuizione”>> (pag. 109). L’errore del cognitivismo etico è che tenta di provare razionalmente delle tesi, assumendole implicitamente (è come se dicesse: “assumo A, dunque A”). In realtà, anche la scelta democratica è una scelta pura, ossia esistenziale, alogica, a-cognitiva e razionalmente indecidibile. Una volta scelta, però, la democrazia esige che si scelga anche l’ethos che la sorregge: il principio “una testa, un voto”, la laicità delle istituzioni, ecc.

Tutto ciò si traduce nel relativismo, demonizzato da Ratzinger, ma che invece è il fondamento della democrazia: esso non impone a nessuno cose contrarie al proprio sentire, se uno vuole essere mistico e ascetico nessuno glielo impedirà, se uno preferisce il libertinismo, idem.

Obiezione clericale: se tutti condividessero il relativismo (= pluralismo delle libertà), saremmo al pensiero unico dell’illuminismo laicista. L’obiezione non sta in piedi, poiché confonde il piano della meta-scelta (= affermo o nego il diritto di scegliere), con le scelte particolari nei diversi campi. Esempio: uno può scegliere l’eutanasia per il proprio fine vita, un altro sceglierà il contrario, ma entrambi scelgono che lo Stato lasci a tutti la libertà della scelta.

L’epilogo riassume ciò che è stato sviluppato nei paragrafi precedenti: alcuni secoli fa l’azione combinata di scienza e di eresia ridussero l’influenza delle religioni, facendo crescere il senso di autonomia del cittadino, ma tale conquista non è data per sempre. La convivenza civile oscilla tra l’autòs progressista e l’éteros reazionario, ed essa richiede l’impegno civile di tutti, per far sì che non si sostituiscano i fondamenti della democrazia, l’eguaglianza e il perseguimento della felicità, con le speranze sostitutive delle religioni.

Guido Bertolino