Amir D. Aczel

Perché la scienza non nega Dio
(titolo originale: Why Science Does
Not Disprove God)
Traduzione di Pier Luigi Gaspa
Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015
226 pp. € 21,00

Questo libro si può considerare una risposta a quello di Richard Dawkins, “L’illusione di Dio (The God Delusion)”. L’autore è un divulgatore scientifico di formazione fisico-matematica, che si è proposto di mostrare come la scienza non possa dimostrare l’inesistenza di Dio, e come scienza e Dio non siano necessariamente antitetici. Il bersaglio dichiarato dell’Autore è Richard Dawkins, che egli inquadra nella categoria dei Neo-Atei, ossia di coloro che pensano che la scienza, nei suoi ultimi sviluppi, permetta di negare l’esistenza di Dio. Ma mentre Dawkins formula le sue tesi basandosi quasi esclusivamente sulla teoria dell’evoluzione,l’Autore esamina invece le principali teorie scientifiche attuali, dalla relatività alla meccanica quantistica alla cosmologia, dalla matematica alla logica, ed anche (in parte) la teoria dell’evoluzione, per concludere che nessuna di queste discipline può arrivare a negare l’esistenza di un essere superiore (Dio) in maniera incontrovertibile.
Quali sono i ragionamenti dell’Autore? Vediamoli in sintesi. Il primo argomento è che, storicamente, scienza e religione si sono sviluppate assieme; gli antichi astronomi erano spesso anche sacerdoti di qualche divinità. Solo in epoca moderna, secondo l’Autore, la religione ha ostacolato la scienza (si pensi al processo di Galilei), e se ne è progressivamente allontanata. Un secondo argomento è che l’archeologia non nega la Bibbia; effettivamente sono stati trovati numerosi riscontri archeologici ai racconti biblici (questo argomento, però, vale poco: l’archeologia ha confermato anche la guerra di Troia, ma ciò non basta perché si debba credere negli Dei dell’Olimpo – NDR). Un altro argomento usato dall’Autore, anzi uno dei capisaldi della sua impostazione concettuale, riguarda l’origine dell’universo ed, in particolare, ciò che c’era “prima” del Big Bang. Sentiamolo dalle sue stesse parole: <<Quando ho intervistato il Nobel per la fisica Steven Weinberg per un articolo su di lui su Scientific American del 2010, gli ho chiesto: “Che cosa ha scatenato il Big Bang, e che cosa è successo prima?”. La sua risposta è stata semplice: ”Questo non lo sappiamo, e non abbiamo modo di saperlo”. Una tale ammissione da parte di uno dei maggiori fisici e pensatori al mondo mi convince che la scienza non può negare un “creatore”. Se la scienza non è in grado di condurci al vero momento della creazione o prima di esso, allora come possiamo esprimerci contro una pre-esistente essenza e forza che abbia dato il via al nostro universo?>> (pag. 65).
L’Autore passa poi a considerare la meccanica quantistica, che, pur confermata sperimentalmente, presenta tali e tante stranezze che si può sostenere, non a torto, che la nostra comprensione di questa disciplina sia ancora largamente incompleta e insoddisfacente; pertanto, avvalersi di essa per negare l’esistenza o la possibilità di un Dio è perlomeno azzardato. Un argomento assai sviluppato nel libro è relativo al principio antropico e al cosiddetto “multiverso”, contrapposto all’universo unico. In sintesi: le costanti della fisica (massa dell’elettrone, costante gravitazionale, ecc.) sembrano essere finemente calibrate per permettere lo sviluppo della vita sulla Terra; se fossero anche solo leggermente diverse, l’universo o non esisterebbe affatto, o non sarebbe in grado di sostenere la vita nemmeno in un minuscolo pianeta come la Terra; e la probabilità che tali costanti siano proprio quelle reali è ridicolmente bassa. Il principio antropico afferma allora che, per quanto bassa sia questa probabilità, se noi siamo qui a discutere di queste cose è perché è successo che le costanti di cui sopra sono effettivamente quelle, diciamo così, “giuste”. E per rendere più plausibile questa affermazione, si sostiene la teoria del “multiverso”, secondo cui esisterebbe una miriade di “universi”, tutti diversi tra di loro, con costanti diverse; semplicemente, noi saremmo capitati sull’unico (o uno dei pochi) universi che rendono possibile la vita. La considerazione di un numero elevatissimo, al limite infinito, di universi fa sì che sia plausibile che su uno di essi (il nostro) le costanti fisiche siano tali da rendere possibile la vita, anche se la probabilità di questo fatto è estremamente bassa. Tuttavia, replica l’Autore, l’esistenza reale di altri universi non è mai stata dimostrata, quindi non si può fare riferimento ad essi per giustificare, col principio antropico, il fatto che il nostro universo permetta la vita. E al termine dell’argomentazione, così conclude: <<E dal momento che il principio antropico, come si è visto, è così insoddisfacente, si dovrebbero prendere in considerazione altre ipotesi, che possono includere un intervento divino, o per lo meno qualcosa che è oltre la nostra attuale capacità di comprensione>>(pag. 140). Questa conclusione è difficilmente sostenibile: se una spiegazione è insoddisfacente, non ha senso sostituirla con una che è ancora più difficile da dimostrare, o che vada oltre la nostra comprensione (NDR).
Un solo capitolo in tutto il libro è dedicato alla teoria dell’evoluzione (TDE), ovviamente per metterne in luce alcune carenze. Confrontando tale teoria con le altre teorie fisiche passate in rassegna precedentemente, l’Autore sottolinea come, a differenza della fisica, le TDE non abbia un substrato matematico e, per questo motivo, non permetta di fare predizioni, che sono l’essenza della vera scienza. L’Autore non si spinge a scrivere che per questo la TDE non sia scienza, ma sostiene però che, al momento attuale, essa non è completa ed è carente di qualcosa (l’assenza di proprietà predittive nella TDE potrebbe essere conseguenza del fatto che, come messo in luce da molti studiosi di questa disciplina, l’evoluzione non “tende” verso un obiettivo determinato, non ha caratteristiche teleologiche, ma semplicemente si adatta all’ambiente – NDR). La nostra impressione è che l’Autore non abbia compreso completamente i princìpi della TDE.
Uno degli ultimi capitoli affronta il tema dell’infinito. Questo capitolo è abbastanza confuso, ed è infarcito di imprecisioni, incomprensioni, oltre che di veri e propri errori, di cui la descrizione e discussione non sono compatibili con i limiti di questa recensione. Comunque, il senso del ragionamento dovrebbe essere che la matematica è il fondamento della scienza fisica; nella matematica, l’infinito dà origine a dei paradossi, e noi non siamo in grado di capirlo realmente; quindi, anche la scienza fisica che si basa sulla matematica è oscurata in parte da queste carenze.
Nell’ultimo capitolo l’Autore riassume gli argomenti discussi nel libro, concludendo che il problema dell’esistenza di Dio trascende le possibilità della scienza. Conclusione che noi certamente sposiamo, ma che era ben nota già da secoli; la scienza, infatti, non si occupa né di questioni metafisiche, né di enti trascendenti il mondo fisico, altrimenti sarebbe filosofia o teologia. Infine, occorre precisare che il Dio di cui si discute in questo libro è un essere trascendente, una misteriosa potenza, creatrice sì del mondo ma del tutto impersonale; è il dio dei filosofi, che è stato definito anche come una forma mascherata di ateismo, ben diverso dal dio dei credenti, dei fedeli che accorrono nelle chiese, nelle sinagoghe, nelle moschee, nei templi indiani, convinti che questa suprema entità si preoccupi di loro, che li soccorra nelle avversità e che li giudichi al termine della vita.
Il volume contiene, al termine, le note ai capitoli, una ricca bibliografia e l’indice analitico.

Guido Bertolino
20-04-2015