Graham Priest

Logica (titolo originale: Logic. A Very Short Introduction).

Traduzione di Ciro Castiello
Codice Edizioni, Torino, 2012
Pagine 180, € 15,00

L’autore di questo libro, Graham Priest (n. 1948), è un noto filosofo britannico, che ha insegnato in Inghilterra, Australia e Stati Uniti.
Ma che ci azzecca un libro, sia pure introduttivo, di logica nella biblioteca virtuale del sito dell’UAAR Torino? C’entra, perché vi si trovano alcuni spunti di riflessione su due noti argomenti a favore dell’esistenza di Dio, ossia l’argomento teleologico (trattato nel capitolo 12) e la scommessa di Pascal (discussa nel capitolo 13).
Andiamo con ordine e cominciamo col primo. L’argomento teleologico (dal greco telos che vuol dire fine, scopo) è quello che, partendo dall’ordine riscontrabile nel cosmo e in natura, argomenta che l’ordine senza un Ente soprannaturale ordinatore è impossibile, o almeno molto improbabile, e conclude quindi che tale Ente deve esistere. Si tratta quindi di una prova induttiva, analoga a quelle delle scienze fisiche e naturali (e diversa invece dalle prove deduttive della matematica), in cui la verità della conclusione dipende dalla probabilità delle premesse. In altri termini, date certe premesse P, e una conclusione C che discende da dette premesse, il ragionamento è induttivamente valido se e solo se la probabilità di C, date le premesse P, è maggiore della probabilità della negazione di C (in simboli, ¬C), date le stesse premesse. A questo punto, per chiarezza, conviene introdurre la simbologia probabilistica seguente, dove Pr(C|P) indica la probabilità di C, date (o assunte, o verificate sperimentalmente, ecc.) le premesse P; tecnicamente si parla di probabilità condizionata. Nel caso dell’argomento teleologico, deve dunque verificarsi la relazione seguente:

Pr(D|O) > Pr(¬D|O)                      [1]

dove D indica la conclusione che Dio esiste, mentre O è la premessa relativa all’ordine riscontrabile in natura. Spesso i sostenitori dell’argomento teleologico invertono erroneamente i termini, e sostengono che la probabilità che ci sia ordine, ammessa l’esistenza di Dio, è maggiore della probabilità che si riscontri tale ordine, senza l’esistenza di un Dio; in formule:

Pr(O|D) > Pr(O|¬D)                       [2]

Da cui deducono, sbagliando, l’esistenza del Dio ordinatore. E’ chiaro invece che la tesi corretta da dimostrare è espressa dalla [1] e non dalla [2], perché ciò che si vuol dimostrare è l’esistenza di Dio, non dell’ordine.
Ciò detto, la relazione [1], elaborata con le tecniche del calcolo delle probabilità, come mostrato nel testo (pagg. 115÷117), conduce a scrivere: 

Pr(D) ≥ Pr(¬D);                            [3]

ossia perché l’argomento teleologico funzioni, bisogna dimostrare che la probabilità (tecnicamente chiamata a priori) che esista un Dio creatore sia maggiore o eguale alla probabilità che tale Dio non esista, senza fare riferimento al reale o presunto ordine delle cose; questione chiaramente non decidibile a priori (si potrebbe anzi concludere che l’argomento teleologico si mangia la coda, perché deve assumere a priori proprio ciò che vuole dimostrare). 
Questo per quanto riguarda l’argomento teleologico.
Veniamo ora al secondo argomento, quello della scommessa di Pascal, che in breve suona così: o si crede, o non si crede. Se si crede, e Dio esiste, allora si guadagna un premio di incommensurabile valore; se invece Dio non esiste, allora si è andati inutilmente a Messa la domenica e si è rinunciato a qualcosa in vita, ma tutto ciò in fondo non comporta poi un grande sacrificio. Se non si crede, e Dio non esiste, non avremo perso nulla, e anzi ci saremo magari tolti qualche sfizio in più. Ma se invece Dio esiste, ahi ahi, l’inferno non ce lo toglie nessuno, e dovremo bruciare per l’eternità nelle fiamme infernali tormentati dai diavoli. Quindi, conclude Pascal, la persona prudente dovrebbe credere in Dio, e comportarsi di conseguenza.
In realtà, obietta l’Autore, questo ragionamento è fallace, perché non tiene conto che di dèi possibili ce ne sono tanti : il dio dei cristiani, quello degli ebrei, quello dei musulmani, degli indù, ecc. Credere nel dio dei cristiani, se poi quello che esiste è Allah (e viceversa), non conduce alla salvezza; e così dicasi per tutte le altre divinità. Il numero delle possibilità e delle relative scelte diviene quindi elevato, e il guadagno dovuto alla fede, che inizialmente sembrava addirittura infinito, scema ora tantissimo, al punto che quasi conviene, in questo calcolo probabilistico di guadagni e di perdite, essere atei e quindi, in un certo senso, equidistanti da ogni divinità delle religioni particolari.

Guido Bertolino
28-08-2015