Si è concluso il XI congresso Uaar svoltosi a Parma il 27 e 28 aprile 2016 dove sono state rinnovate le cariche nazionali

Eletto nuovo segretario UAAR Stefano Incani

Il Comitato di Coordinamento è composto da:
Roberto Grendene, Massimo Maiurana, Adele Orioli, Liana Moca, Anna Bucci, Massimo Redaelli, Cesare Bisleri e Paul Manoni!

Probiviri eletti: Gabriella Bertuccioli, Maurizio Mei e Massimo Albertin.

Nei prossimi giorni sarà disponibile il verbale del congresso.

Hanno detto: «Gl'ingegneri non vivono, funzionano». Forse c'è del vero, e io che, in quanto meccanico, sono ingegnere del tipo che più ingegnere non si può, da molti anni sono affascinato dallo studio di come funziono e di che cosa mi fa funzionare, tanto che una ventina d'anni fa mi dilettai a progettare un automa dotato d'un barlume di coscienza. Inoltre voglio arrivare a una visione soddisfacente del collegamento fra le mie esperienze e le elaborazioni teoriche che uso per renderne conto a me stesso e agli altri. È stato un cammino tortuoso, in cui negli ultimi due anni mi sono servito anche di questi libri:
- Soul Dust: The Magic of Consciousness di Nicholas Humphrey (2011) (del quale esiste una recente traduzione italiana: "Polvere d'anima. La magia della coscienza")
- Quel che resta dell'anima di Edoardo Boncinelli (2012)
- Il cervello infinito di Norman Doidge. (trad. 2007)
- La fisica della vita di Jim Al-Khalili e Johnjoe McFadden (ed. orig. 2014, trad. 2015). L’argomento, nella tradizione filosofica, si presenta sotto due aspetti: quello che si occupa delle prestazioni spirituali (pensiero, sentimenti) attribuibili agli umani e quello che riconosce la base materiale, corporea delle azioni realizzate dal corpo sotto la guida, si dice, dello spirito. Già, e che cos'è questo spirito? Finché si tratta del corpo, si ha l'impressione che sia chiaro a tutti di che cosa si tratta, anche se sappiamo che sono tuttora dubbie o incomplete o addirittura neppur immaginate molte parti della scienza destinate ad occuparsene. Ma lo spirito, idea astratta, metafora, come può definirsi? Coscienza, anima, spirito, psiche, mente, pensiero: altrettante metafore, fra loro in gran parte sovrapponibili, che si prestano a definizioni spesso tautologiche ed essenzialmente fondate sulla negazione della corporeità. Si può invece prendere in esame l'esperienza delle sensazioni che ciascuno prova e - grazie alla grande creazione umana del linguaggio - riesce a condividere coi suoi simili e si possono allora nominare tali sensazioni e le combinazioni fra di esse e le elaborazioni ottenute da esse per retroazione eventualmente ripetuta: il gioco verbale che corrisponde all'attuazione di queste possibilità origina i concetti che potranno essere utilizzati nel pensiero autocosciente o condiviso. Sia chiaro però che altrettale costruzione mentale è quella del corpo.
Vale a dire che la mia mano (o qualsiasi cosa materiale) è per me e per gli altri l'insieme delle esperienze che ne facciamo o come sensazioni dirette o tramite produzioni verbali mie o altrui. Su questa strada s'arriva a una linea di pensiero che vede come sensata solo la ricerca di che cosa sia possibile dire della propria esperienza interpretata con coerenza: ecco allora Niels Bohr che dice che “la fisica non ha il compito di scoprire com'è fatta la natura, essa tratta di ciò che si può dire della natura”, si può dire, cioè, facendo un discorso sensato e libero dai paradossi artificiosi che hanno portato al dualismo cartesiano e alla creazione puramente retorica d'un'anima come quella che serve a Kant per ricavarne l'esistenza di Dio.
Vorrei adesso dare qualche notizia sui libri che ho citato sopra.
Comincio da quello di N. Humphrey. L'autore, scienziato, sa bene che la scienza si produce elaborando teorie e confrontandole con l'esperienza. Ma nell'elaborazione delle teorie si deve essere liberi d'impiegare tanto concetti fondati sulla tradizione dell'ambito in cui si opera, quanto altri, del tutto nuovi e originati in campi diversi dello scibile: ecco allora l'utilità delle metafore. Nello sviluppo del ragionamento l'impegno che lo scienziato assume è quello della fedeltà alla logica e della chiarezza, come precisione e costanza delle definizioni. È allora un impegno grave per chi voglia trattare un argomento come la coscienza, e si vede bene confrontando nei rispettivi dizionari le definizioni del termine italiano «coscienza» col corrispondente inglese «consciousness».
Il primo dice: coscienza = "L'avere consapevolezza della propria attività psichica + capacità d'intendere, di percepire mediante i sensi + consapevolezza intellettuale e morale delle proprie idee ed azioni + sistema dei propri valori morali per valutare i propri atti o propositi + onestà, lealtà + senso del dovere + sensibilità e interesse per un complesso di problemi sociali";
il secondo dice: consciousness = "Capire e rispondere alle proprie condizioni ambientali + la conoscenza o percezione d'un fatto o di una situazione + la presenza alla mente di se stessa e del mondo": si vede allora che l'inglese ha una visione più strettamente tecnica, l'italiano più ampia, addirittura nebulosa, e soprattutto estesa al campo filosofico e morale (e qui può riconoscersi l'influenza della religione cattolica sulla società e ancor più sulla scuola italiana).
Nel libro "Soul Dust: The Magic of Consciousness" del 2011, la coscienza di cui si parla è quella definita dal dizionario inglese. L'autore è uno psicologo con vasti interessi e impegni, anche politici, e profonda cultura - fisica, biologia, epistemologia, filosofia, letteratura - ma di formazione e mentalità prettamente scientifica.
Da una sua succinta biografia si apprende che nacque in una famiglia appartenente alla migliore aristocrazia accademica inglese, con nonno AV Hill fisiologo premio Nobel, zio J. M. Keynes, padre immunologo membro della Royal Society e madre psichiatra e con tutta l'arroganza, sia pure autoironica, che poteva venirgliene.
L'opera - leggibilissima, grazie a uno stile brillante che si accompagna a buona precisione di linguaggio - si sviluppa in due parti introduttive essenzialmente filosofiche con
- un'analisi e descrizione del termine «coscienza» nell'accezione definita sopra di «consciousness» quale "sentirsi come ...[un essere senziente di date qualità, in una certa condizione e date circostanze ecc.]";
- la valutazione del vantaggio evolutivo offerto dal possesso di quella facoltà di "autocoscienza" in cui già il mio professore di prima liceo 68 anni fa diceva consistere la filosofia;
- il riconoscere su tale base, che la coscienza finisce col dare interesse per la vita, cioè quella gioia e voglia di vivere che induce il singolo a considerare la sopravvivenza sua e dei discendenti il proprio scopo primario e, per esseri sociali quali noi siamo, porta a creare e sviluppare la comunicazione linguistica che ci distingue come specie e che a sua volta tanta influenza ha sulla coscienza; come nella citazione di Nietzsche: "La coscienza non appartiene al singolo ma alla sua natura sociale e gregaria". Così quindi, appurato che ha senso non considerare il bello e il buono inerenti alle cose e agli eventi, ma invece riconoscerli come creazioni dell'essere cosciente dotato di linguaggio, si arriva all'Ego, entità complessa e sfaccettata, che produce tutta la persona con la sua vita e la sua storia. 

Segue una terza parte nella quale, filosofeggiando, metafora su metafora, sulla base delle descrizioni filosofiche della coscienza si apre la strada al termine "anima", attribuendo a questa il compito di render conto di quel lato dell'esperienza umana che può sentirsi come spirituale. Il guaio è che il concetto di anima porta con sé caratteristiche ingombranti, come incorruttibilità, immortalità e responsabilità nei confronti di Dio: metafisica, dunque, non scienza; ma una metafisica cui aderiscono incondizionatamente e quasi universalmente gli esseri umani, trovandosi così ad aver formato - simili ai castori nei corsi d'acqua - sulla base dell'anima una sorta di nicchia ecologica; nicchia, in quanto culturalmente costruita da loro e divenuta loro necessaria. E analizzando l'evoluzione nei suoi passi successivi l'autore ha cura di mettere in luce il vantaggio che gli uomini avrebbero tratto dall'appartenenza a tale nicchia, produttrice del nucleo dell'Io, con la fondamentale distinzione fra se stessi e il resto dell'universo. Un sano egoismo, dunque, di cui non vergognarsi. Infatti quest'egoismo comporta naturalmente che l'autoaffermazione si sviluppi in amore per gli altri, col riconoscersi membri d'una società di conspecifici.
La nicchia spiritualistica non comporterebbe necessariamente l'emergere di religioni teistiche, di cui l'autore nega non il valore sociale nella storia ma soltanto l'importanza in termini evoluzionistici, poiché ritiene che religioni di quel genere non risalgano a più di seimila anni or sono, tempo troppo breve perché possa svilupparsi e fissarsi una predisposizione genetica ad adottare un certo tipo di pensiero religioso, mentre d'una generica spiritualità si riconoscono prove risalenti ad almeno cinquantamila anni fa.
Il biologo (e fisico e classicista e divulgatore) Edoardo Boncinelli ha una figura poliedrica in gran parte sovrapponibile a quella dello psicologo Humphrey e anche il suo saggio "Quel che resta dell'anima" può allora sovrapporsi a "Soul Dust", sino al punto che entrambe le analisi vengono a
definire anima e coscienza l'una in funzione dell'altra, solo in ordine invertito. Con questo, direi che la lettura di entrambi i libri sia raccomandabile per ottenere idee e informazioni da due punti di vista diversi e per vedere come il metodo scientifico è praticato dai due studiosi. Il biologo Boncinelli si vale della sua padronanza delle neuroscienze per seguire e spiegare l'insieme delle descrizioni dell'operare della coscienza in funzione degli eventi nervosi che le attuali tecniche permettono di seguire strumentalmente.
Per comprendere come funzioniamo è utile il libro di Norman Doidge "Il cervello infinito", che dà conto d'una scoperta recente, quella della neuroplasticità, cioè della possibilità di modificare il cervello in tutto l'arco della vita. L'autore, con preparazione in lettere antiche e filosofia e con laurea in medicina e specializzazione in psichiatria e psicanalisi, ha seguito gli sviluppi degli studi che hanno portato al rovesciamento della convinzione prima saldissima che il cervello raggiungesse all'adolescenza una condizione d'immutabilità, tale da render impossibile curare danni traumatici, patologici o di decadenza senile. Interessa la nostra idea di "coscienza" il riconoscere l'interazione cultura-cervello, un bel concetto costruito con un astratto e un concreto, del quale però si hanno prove sperimentali convincenti. Sotto l'aspetto storico-filosofico si riconosce l'emergere - da vaghe concezioni dei filosofi greci - dell'ipotesi della plasticità del cervello già nel secolo XVIII con J.-J. Rousseau in termini speculativi e col medico chirurgo piemontese Michele Vincenzo Malacarne in
termini modernamente sperimentali.
La coscienza, comunque intesa, è fenomeno vitale e partecipa all'ancora insoddisfacente comprensione che abbiamo della vita, finora non descrivibile in termini riduzionistici puramente materiali, né ottenibile sinteticamente in laboratorio. Jim Al-Khalili fisico quantistico e Johnjoe McFadden, biologo, autori di "La fisica della vita" e docenti all'Università del Surrey si sono avvicinati a una possibile spiegazione di fenomeni vitali (quali la sintesi clorofilliana o la capacità di orientamento degli animali migratori) che faccia uso delle proprietà descritte dalla fisica quantistica. Procedendo su questa via si arriva a costruire una possibile teoria della mente/coscienza come espressione dell'operare fisico del sistema nervoso, in particolare del cervello: le conoscenze attuali inducono a ritenere che la meccanica quantistica sia utilmente coinvolta nella spiegazione di tale relazione (si tratta di ipotesi recentissime).
Mi pare giusto segnalare che, al di fuori dell'argomento di questa relazione, "La fisica della vita" è raccomandabile per la ricchezza delle notizie che fornisce e per la presentazione più chiara che io abbia mai trovato sia della meccanica quantistica sia della biologia.

Ermanno Morgari

Nell’ultimo numero di National Geographic Italia, aprile 2015,  troviamo un articolo di due pagine intitolato “La scienza della Sindone”, a firma di Bruno Barberis. Per chi non lo sapesse, Bruno Barberis è il direttore del CIS -Centro Internazionale di Sindonologia- di Torino. La lettura di questo articolo è particolarmente interessante, in quanto tipico e istruttivo esempio di insalata mista di pregiudizi, omissioni, e ambiguità. Per un lettore di media cultura, ma anche e soprattutto dotato di apertura mentale, il titolo dell’articolo, piuttosto allettante, lascia presagire la lettura di un testo scientifico, quindi equilibrato e libero da pregiudizi, sulla Sindone. Su altre riviste, prestigiose almeno quanto il National Geographic, abbiamo diversi esempi di interessantissimi articoli di firme illustri, con titoli altrettanto accattivanti come ad esempio “La scienza delle bolle di sapone” o “La scienza dei castelli di sabbia”, solo per citarne due tra le diverse decine, se non centinaia, al riguardo. Nel primo, si spiegava come le forze superficiali delle bolle di sapone tendano a mantenerne simultaneamente una spiccata sfericità e una estrema sottigliezza; nel secondo, si spiegava come le forze di attrito dei granelli di sabbia, combinate con le dimensioni degli stessi, tendano a mantenere forze trasversali che sostengono il castello fino a certi angoli limite. Il primo faceva comprendere il successo dei fratelli Montgolfier, e il secondo l’insuccesso dei costruttori della piramide egizia di Meidum.

Niente di tutto questo, neanche lontanamente, nell’articolo sindonologico.

La prima cosa che salta agli occhi durante la lettura, è una esplicita fallacia argomentativa formalmente conosciuta come “petitio principii”: la conclusione viene proditoriamente inserita nelle premesse. Banalizzando un poco, si tratta di un pregiudizio. L’autore, infatti, afferma che la scienza non è in grado di spiegare come un cadavere abbia potuto formare la figura impressa nel sudario. Evidente quindi, anche per il lettore distratto, che il nostro dia per scontato che l’impronta sia stata provocata proprio da un cadavere: un pregiudizio, un errore, tanto grossolano quanto antitetico, per la scienza della quale il titolo dell’articolo pare invece compiacersi. Nessuna menzione,  piuttosto, al fatto che potrebbe non essere stato un cadavere a impressionare il sudario; anzi, viene esplicitamente affermato che i risultati degli studi (ma quali?) consentono di “escludere che sia dovuta all’opera di un artista”, in quanto nessuno è mai riuscito a riprodurre l’immagine sindonica. Semplicemente falso: l’immagine sindonica è stata riprodotta da Garlaschelli, del CICAP.

Procedendo nella lettura ci troviamo di fronte ad un’altra eclatante scoperta che riguarda la datazione al C14 effettuata sul lenzuolo. Qui viene addirittura messa in dubbio l’attendibilità del metodo C14: i risultati, afferma Barberis, potrebbero essere altamente falsati da contaminazioni di “tipo biologico o chimico”. Altamente falsati? Altro pregiudizio: una misura non è “altamente falsata”, casomai possiede una propria accuratezza intrinseca. Nessuna menzione del fatto, e qui abbiamo un altro esempio di grave omissione aggiunta al grave pregiudizio, che l’accuratezza delle misurazioni (erano state tre, indipendenti) era stata verificata nientemeno che dall’istituto di metrologia “Colonnetti”. Eppure, senza scomodare il CNR (del quale l’istituto faceva parte all’epoca), dovrebbe essere sufficiente un minimo di conoscenze aritmetiche per verificare come la datazione (periodo stabilito 1260-1390) avrebbe, secondo il sindonologo, un’accuratezza, anzi, un’inaccuratezza, quasi del 100%. La scienza di Barberis ci suggerisce forse che il metodo C14, largamente utilizzato in archeologia, sia un totale flop? Apparentemente, in quanto contrasta con le sue aspettative. Ciò che appare comunque evidente, è che il nostro tralascia e nega allegramente quanto a suo tempo affermato, con notevole onestà intellettuale, dallo stesso cardinale Ballestrero, e cioè che “bisogna accettare i risultati della scienza, anche se contrastano con ciò che ci dice il cuore”.

Altre essenziali omissioni dell’articolo, che ne avrebbero invece avallato il titolo, riguardano considerazioni perfettamente scientifiche, o storiche, come l’”anamorfismo” del corpo e dell’immagine (vedi Maschera di Agamennone), la tipologia dell’ordito del tessuto, e la dinamica delle gocce di sangue. Tutto clamorosamente eluso.

Diciamolo: non è mai stato chiaro quale tipo di disciplina sia la cosiddetta Sindonologia, ma, se questo è un lavoro prodotto dal suo personaggio più illustre, nientedimeno che il direttore dell’istituto, allora siamo messi male. E anche National Geographic Italia non ne esce affatto bene. Con una certa giustificata malizia, verrebbe spontaneo pensare dell’intero articolo come ad una voluta presa in giro del termine “scienza”. Malizia peraltro oggettivamente giustificata: perché scrivere “Sindonologia” con una S maiuscola, e “scienza” con la s minuscola, se non per far prevalere la prima sulla seconda?

Giorgio Pozzo

Il circolo Uaar di Torino esce dalla Consulta Torinese per la Laicità delle Istituzioni

In un momento storico in cui la laicità è attaccata su più fronti, politico, sociale, istituzionale, la querelle sorta all’interno della Consulta Torinese per la Laicità delle Istituzioni è quantomeno sconcertante. Tutto nasce da un contenzioso fra il Presidente e il Revisore dei conti, conflitto che si dipana nell’arco di alcuni mesi fino ad arrivare alla convocazione dell’assemblea ove il presidente chiede la revoca del revisore; fin qui tutto normale il revisore non si oppone però chiede di esporre il proprio punto di vista. A termini di regolamento il revisore può parlare solo su richiesta dell’assemblea e al di fuori da essa, però tutto ciò non sta bene al presidente che ordina al revisore di non presentarsi e minaccia la presenza della forza pubblica per impedire questa evenienza; e così è, all’ingresso della sede, la sera dell’assemblea, troviamo due funzionari della Digos che insieme al presidente e al segretario della Consulta accolgono i partecipanti. Si può facilmente immaginare il clima della serata che è degenerato definitivamente quando il presidente ha iniziato ad insultare pesantemente e volgarmente chi chiedeva di ascoltare il revisore e poi passare al voto. L’assemblea è stata sospesa, nel frattempo tutti gli organismi direttivi si sono dimessi, e riconvocata un mese dopo dove è stato eletto un nuovo presidente ed un direttivo minimo per gestire il presente e portare ad una rifondazione o scioglimento la Consulta, però c’è un però il segretario, o tesoriere che dir si voglia, è sempre il medesimo quindi "Tutto cambia affinché nulla cambi”. In questa vicenda squallida dove la laicità e la democrazia sono state gettate nel cestino della carta straccia noi dell’Uaar siamo stati doppiamente penalizzati perché avendo la sede nei locali della Consulta e dovendo, per obblighi ministeriali (in quanto APS), essere aperti al pubblico per due ore settimanali, ci siamo visti negare l’ingresso, senza giustificazioni plausibili, nonostante abbiamo un regolare contratto registrato e pagato il contributo spese pattuito fino a dicembre 2015. Considerando che il presidente della Consulta è anche un socio Uaar, che la laicità per cui ci si batte è insultata proprio da chi dice di esserne un portavoce, che il confronto democratico è morto e sepolto, si può facilmente intuire che il nostro percorso insieme alla Consulta termina qui con la speranza, se non certezza, che queste istanze vengano riprese con altre associazioni e si inizi un nuovo cammino di confronto e lotta per esse.

Daniele Degiorgis 
coordinatore circolo Uaar di Torino

 

Antonietta ci ha lasciato. Difficile per me parlare di lei adesso, difficile pensare che non potremo più scambiarci due chiacchiere, o meglio, le nostre idee e le ultime notizie. Antonietta partecipava a quanto le raccontavo con attenzione e con osservazioni positive che guardavano al futuro in modo costruttivo senza illusioni ma anche con determinazione riguardo alle possibili direzioni da intraprendere.

L’ho conosciuta via e-mail quando coordinavo il circolo UAAR di Torino.

Dopo essersi iscritta all’UAAR cominciò a dare i suoi contributi nella nostra mailing-list uaarpiemonte, contributi determinanti per la realizzazione di testi di denuncia in difesa della Laicità dello Stato. Ci siamo poi incontrate successivamente, lei proveniente da Verbania, per partecipare ad alcuni dei Convegni organizzati dalla Consulta torinese per La Laicità delle Istituzioni ed in altre occasioni, relative ad iniziative del nostro circolo torinese e dell’UAAR nazionale, lei referente del Verbano Cusio Ossola.

Ricordo, tra gli altri, il suo bell’intervento a Vialfrè, in provincia di Torino, durante un incontro scout interregionale del C.N.G.E.I (Corpo Nazionale Giovani Esploratori Italiani) al quale eravamo stati invitati come UAAR, circolo di Torino, perché portassimo la nostra voce di non credenti a confronto con alcuni esponenti delle varie fedi religiose.

Un impegno sempre molto determinato e coraggioso il suo dove portava se stessa come risoluta testimone delle proprie idee laiciste.

Quest’ultima sua risoluzione riguardo al fine vita è stata certo in coerenza con il suo stile, privo di compromessi, ma da leggere anche, a mio parere, come un atto d’accusa verso l’arretratezza della legislazione italiana riguardo a questi temi.

Antonietta ha preferito andarsene in solitudine piuttosto che seguire un iter lungo e doloroso ma, penso che avrebbe probabilmente scelto una soluzione diversa se ci fossero state le condizioni per un congedo più sereno e programmato in compagnia di chi le voleva bene. Ciao Antonietta!

 

Anna Maria Pozzi