Hanno detto: «Gl'ingegneri non vivono, funzionano». Forse c'è del vero, e io che, in quanto meccanico, sono ingegnere del tipo che più ingegnere non si può, da molti anni sono affascinato dallo studio di come funziono e di che cosa mi fa funzionare, tanto che una ventina d'anni fa mi dilettai a progettare un automa dotato d'un barlume di coscienza. Inoltre voglio arrivare a una visione soddisfacente del collegamento fra le mie esperienze e le elaborazioni teoriche che uso per renderne conto a me stesso e agli altri. È stato un cammino tortuoso, in cui negli ultimi due anni mi sono servito anche di questi libri:
- Soul Dust: The Magic of Consciousness di Nicholas Humphrey (2011) (del quale esiste una recente traduzione italiana: "Polvere d'anima. La magia della coscienza")
- Quel che resta dell'anima di Edoardo Boncinelli (2012)
- Il cervello infinito di Norman Doidge. (trad. 2007)
- La fisica della vita di Jim Al-Khalili e Johnjoe McFadden (ed. orig. 2014, trad. 2015). L’argomento, nella tradizione filosofica, si presenta sotto due aspetti: quello che si occupa delle prestazioni spirituali (pensiero, sentimenti) attribuibili agli umani e quello che riconosce la base materiale, corporea delle azioni realizzate dal corpo sotto la guida, si dice, dello spirito. Già, e che cos'è questo spirito? Finché si tratta del corpo, si ha l'impressione che sia chiaro a tutti di che cosa si tratta, anche se sappiamo che sono tuttora dubbie o incomplete o addirittura neppur immaginate molte parti della scienza destinate ad occuparsene. Ma lo spirito, idea astratta, metafora, come può definirsi? Coscienza, anima, spirito, psiche, mente, pensiero: altrettante metafore, fra loro in gran parte sovrapponibili, che si prestano a definizioni spesso tautologiche ed essenzialmente fondate sulla negazione della corporeità. Si può invece prendere in esame l'esperienza delle sensazioni che ciascuno prova e - grazie alla grande creazione umana del linguaggio - riesce a condividere coi suoi simili e si possono allora nominare tali sensazioni e le combinazioni fra di esse e le elaborazioni ottenute da esse per retroazione eventualmente ripetuta: il gioco verbale che corrisponde all'attuazione di queste possibilità origina i concetti che potranno essere utilizzati nel pensiero autocosciente o condiviso. Sia chiaro però che altrettale costruzione mentale è quella del corpo.
Vale a dire che la mia mano (o qualsiasi cosa materiale) è per me e per gli altri l'insieme delle esperienze che ne facciamo o come sensazioni dirette o tramite produzioni verbali mie o altrui. Su questa strada s'arriva a una linea di pensiero che vede come sensata solo la ricerca di che cosa sia possibile dire della propria esperienza interpretata con coerenza: ecco allora Niels Bohr che dice che “la fisica non ha il compito di scoprire com'è fatta la natura, essa tratta di ciò che si può dire della natura”, si può dire, cioè, facendo un discorso sensato e libero dai paradossi artificiosi che hanno portato al dualismo cartesiano e alla creazione puramente retorica d'un'anima come quella che serve a Kant per ricavarne l'esistenza di Dio.
Vorrei adesso dare qualche notizia sui libri che ho citato sopra.
Comincio da quello di N. Humphrey. L'autore, scienziato, sa bene che la scienza si produce elaborando teorie e confrontandole con l'esperienza. Ma nell'elaborazione delle teorie si deve essere liberi d'impiegare tanto concetti fondati sulla tradizione dell'ambito in cui si opera, quanto altri, del tutto nuovi e originati in campi diversi dello scibile: ecco allora l'utilità delle metafore. Nello sviluppo del ragionamento l'impegno che lo scienziato assume è quello della fedeltà alla logica e della chiarezza, come precisione e costanza delle definizioni. È allora un impegno grave per chi voglia trattare un argomento come la coscienza, e si vede bene confrontando nei rispettivi dizionari le definizioni del termine italiano «coscienza» col corrispondente inglese «consciousness».
Il primo dice: coscienza = "L'avere consapevolezza della propria attività psichica + capacità d'intendere, di percepire mediante i sensi + consapevolezza intellettuale e morale delle proprie idee ed azioni + sistema dei propri valori morali per valutare i propri atti o propositi + onestà, lealtà + senso del dovere + sensibilità e interesse per un complesso di problemi sociali";
il secondo dice: consciousness = "Capire e rispondere alle proprie condizioni ambientali + la conoscenza o percezione d'un fatto o di una situazione + la presenza alla mente di se stessa e del mondo": si vede allora che l'inglese ha una visione più strettamente tecnica, l'italiano più ampia, addirittura nebulosa, e soprattutto estesa al campo filosofico e morale (e qui può riconoscersi l'influenza della religione cattolica sulla società e ancor più sulla scuola italiana).
Nel libro "Soul Dust: The Magic of Consciousness" del 2011, la coscienza di cui si parla è quella definita dal dizionario inglese. L'autore è uno psicologo con vasti interessi e impegni, anche politici, e profonda cultura - fisica, biologia, epistemologia, filosofia, letteratura - ma di formazione e mentalità prettamente scientifica.
Da una sua succinta biografia si apprende che nacque in una famiglia appartenente alla migliore aristocrazia accademica inglese, con nonno AV Hill fisiologo premio Nobel, zio J. M. Keynes, padre immunologo membro della Royal Society e madre psichiatra e con tutta l'arroganza, sia pure autoironica, che poteva venirgliene.
L'opera - leggibilissima, grazie a uno stile brillante che si accompagna a buona precisione di linguaggio - si sviluppa in due parti introduttive essenzialmente filosofiche con
- un'analisi e descrizione del termine «coscienza» nell'accezione definita sopra di «consciousness» quale "sentirsi come ...[un essere senziente di date qualità, in una certa condizione e date circostanze ecc.]";
- la valutazione del vantaggio evolutivo offerto dal possesso di quella facoltà di "autocoscienza" in cui già il mio professore di prima liceo 68 anni fa diceva consistere la filosofia;
- il riconoscere su tale base, che la coscienza finisce col dare interesse per la vita, cioè quella gioia e voglia di vivere che induce il singolo a considerare la sopravvivenza sua e dei discendenti il proprio scopo primario e, per esseri sociali quali noi siamo, porta a creare e sviluppare la comunicazione linguistica che ci distingue come specie e che a sua volta tanta influenza ha sulla coscienza; come nella citazione di Nietzsche: "La coscienza non appartiene al singolo ma alla sua natura sociale e gregaria". Così quindi, appurato che ha senso non considerare il bello e il buono inerenti alle cose e agli eventi, ma invece riconoscerli come creazioni dell'essere cosciente dotato di linguaggio, si arriva all'Ego, entità complessa e sfaccettata, che produce tutta la persona con la sua vita e la sua storia. 

Segue una terza parte nella quale, filosofeggiando, metafora su metafora, sulla base delle descrizioni filosofiche della coscienza si apre la strada al termine "anima", attribuendo a questa il compito di render conto di quel lato dell'esperienza umana che può sentirsi come spirituale. Il guaio è che il concetto di anima porta con sé caratteristiche ingombranti, come incorruttibilità, immortalità e responsabilità nei confronti di Dio: metafisica, dunque, non scienza; ma una metafisica cui aderiscono incondizionatamente e quasi universalmente gli esseri umani, trovandosi così ad aver formato - simili ai castori nei corsi d'acqua - sulla base dell'anima una sorta di nicchia ecologica; nicchia, in quanto culturalmente costruita da loro e divenuta loro necessaria. E analizzando l'evoluzione nei suoi passi successivi l'autore ha cura di mettere in luce il vantaggio che gli uomini avrebbero tratto dall'appartenenza a tale nicchia, produttrice del nucleo dell'Io, con la fondamentale distinzione fra se stessi e il resto dell'universo. Un sano egoismo, dunque, di cui non vergognarsi. Infatti quest'egoismo comporta naturalmente che l'autoaffermazione si sviluppi in amore per gli altri, col riconoscersi membri d'una società di conspecifici.
La nicchia spiritualistica non comporterebbe necessariamente l'emergere di religioni teistiche, di cui l'autore nega non il valore sociale nella storia ma soltanto l'importanza in termini evoluzionistici, poiché ritiene che religioni di quel genere non risalgano a più di seimila anni or sono, tempo troppo breve perché possa svilupparsi e fissarsi una predisposizione genetica ad adottare un certo tipo di pensiero religioso, mentre d'una generica spiritualità si riconoscono prove risalenti ad almeno cinquantamila anni fa.
Il biologo (e fisico e classicista e divulgatore) Edoardo Boncinelli ha una figura poliedrica in gran parte sovrapponibile a quella dello psicologo Humphrey e anche il suo saggio "Quel che resta dell'anima" può allora sovrapporsi a "Soul Dust", sino al punto che entrambe le analisi vengono a
definire anima e coscienza l'una in funzione dell'altra, solo in ordine invertito. Con questo, direi che la lettura di entrambi i libri sia raccomandabile per ottenere idee e informazioni da due punti di vista diversi e per vedere come il metodo scientifico è praticato dai due studiosi. Il biologo Boncinelli si vale della sua padronanza delle neuroscienze per seguire e spiegare l'insieme delle descrizioni dell'operare della coscienza in funzione degli eventi nervosi che le attuali tecniche permettono di seguire strumentalmente.
Per comprendere come funzioniamo è utile il libro di Norman Doidge "Il cervello infinito", che dà conto d'una scoperta recente, quella della neuroplasticità, cioè della possibilità di modificare il cervello in tutto l'arco della vita. L'autore, con preparazione in lettere antiche e filosofia e con laurea in medicina e specializzazione in psichiatria e psicanalisi, ha seguito gli sviluppi degli studi che hanno portato al rovesciamento della convinzione prima saldissima che il cervello raggiungesse all'adolescenza una condizione d'immutabilità, tale da render impossibile curare danni traumatici, patologici o di decadenza senile. Interessa la nostra idea di "coscienza" il riconoscere l'interazione cultura-cervello, un bel concetto costruito con un astratto e un concreto, del quale però si hanno prove sperimentali convincenti. Sotto l'aspetto storico-filosofico si riconosce l'emergere - da vaghe concezioni dei filosofi greci - dell'ipotesi della plasticità del cervello già nel secolo XVIII con J.-J. Rousseau in termini speculativi e col medico chirurgo piemontese Michele Vincenzo Malacarne in
termini modernamente sperimentali.
La coscienza, comunque intesa, è fenomeno vitale e partecipa all'ancora insoddisfacente comprensione che abbiamo della vita, finora non descrivibile in termini riduzionistici puramente materiali, né ottenibile sinteticamente in laboratorio. Jim Al-Khalili fisico quantistico e Johnjoe McFadden, biologo, autori di "La fisica della vita" e docenti all'Università del Surrey si sono avvicinati a una possibile spiegazione di fenomeni vitali (quali la sintesi clorofilliana o la capacità di orientamento degli animali migratori) che faccia uso delle proprietà descritte dalla fisica quantistica. Procedendo su questa via si arriva a costruire una possibile teoria della mente/coscienza come espressione dell'operare fisico del sistema nervoso, in particolare del cervello: le conoscenze attuali inducono a ritenere che la meccanica quantistica sia utilmente coinvolta nella spiegazione di tale relazione (si tratta di ipotesi recentissime).
Mi pare giusto segnalare che, al di fuori dell'argomento di questa relazione, "La fisica della vita" è raccomandabile per la ricchezza delle notizie che fornisce e per la presentazione più chiara che io abbia mai trovato sia della meccanica quantistica sia della biologia.

Ermanno Morgari