Dialogo tra don Ermis Segatti, docente di Storia del Cristianesimo e di Teologie Extraeuropee presso la Facoltà teologica dell'Italia settentrionale,  e Ermanno Morgari, socio UAAR Torino.

Alcuni anni or sono don Segatti tenne una serie di incontri quindicinali sulle ragioni e i fondamenti della fede cristiana. Io seguii le conferenze con vivo interesse per gli argomenti e ammirazione per la capacità dell’oratore, che fino ad allora non avevo conosciuto. Dopo la prima conferenza, mi venne fatto di scrivere al reverendo, esponendogli dubbi e richieste di chiarimento, cui egli rispose con molta cortesia; si continuò così dopo gli altri incontri.

Riporto qui, con il consenso di don Segatti, il nostro dialogo.


9 ottobre 2008
Egregio Signore,
grazie, anzitutto, per la bella conferenza di martedì sera. Accettando il Suo cortese invito, mi permetto di sottoporLe un paio di dubbi, per il caso che Lei li giudichi degni d'una risposta nel prossimo incontro.
Se ho seguito bene il Suo ragionamento, questo La portava a riconoscere  nei documenti canonici, confrontati anche col carteggio burocratico dei Romani, un intreccio di rimandi che ne sosteneva la credibilità storica.
Domanda retorica sì, ma non polemica, alla ricerca solo d'un chiarimento: perché allora non tener conto dei documenti apocrifi? E perché non situare la vicenda narrata dai documenti canonici sullo sfondo di notizie circa i coevi culti orientali in generale e i movimenti battistici e manichei in ispecie? All'ovvia risposta che ne mancava il tempo arrivo già io, ma mi aspetto che Lei mi giustifichi la scelta fatta in termini di economia generale del Suo discorso o di valutazione di un interesse limitato dei riferimenti che a me, nella mia ignoranza, sembrano forse eccessivamente rilevanti.

10 ottobre 2008
Gentile Ermanno Morgari,
sarà, il suo, appunto parte del discorso del prossimo incontro che ha come
argomento i vangeli come questione aperta. Se in quella occasione non sarò stato esauriente, mi scriva ancora.


23 ottobre 2008
Reverendo, ho udito martedì sera che dal pubblico ci si rivolgeva a Lei col Don; Le chiedo scusa, allora, se La chiamavo Signore nel mio messaggio precedente.
Mi riferisco al cenno, poi non sviluppato, che nell'ultima conferenza Lei ha fatto alla difficoltà di presentare il messaggio cristiano a persone di tradizioni culturali non europee, principalmente asiatiche. Ma direi che anche fra noi si dia, con frequenza forse maggiore di quanto si pensi normalmente, il caso di chi abbia una visione delle cose alla quale il cristianesimo risulta altrettanto o più estraneo di quella di qualsiasi hinduista o daoista. E non mi riferisco agli scienziati, le cui posizioni non mi paiono sostanzialmente diverse da quelle dei credenti, sostituendo gli uni la Realtà a ciò che gli altri chiamano Dio; mi riferisco a una linea di pensiero che vede come sensata solo la ricerca di che cosa sia possibile dire della propria esperienza interpretata con coerenza: Niels Bohr che dice che “la fisica non ha il compito di scoprire com'è fatta la natura, essa tratta di ciò che si può dire della natura” od Olaf Diettrich che risponde positivamente alla domanda “Kann es eine ontologiefreie evolutionäre Erkenntnistheorie geben?” [“Si può concepire un’epistemologia evoluzionistica senza preoccupazioni ontologiche?”]; entrambi certo sulle orme di Ernst Mach e preceduti da Kant, oltre che, più di duemila anni prima, dal saggio Zhuangzi, quando, interpretato da Chad Hansen, dice: «So-called 'sages' project their point of view and prejudices on nature, which they then treat as an authority. 'Those who have arrived' allegedly know to deem everything as one. Chuang Tzu does not recommend we emulate that attitude. Instead of trying to transcend and abandon our usual or conventional ways of speaking, Chuang Tzu recommends that we learn to treat them as pragmatically useful. They enable us to communicate and get things done. That is all it is sensible to ask of them.» [«I cosiddetti sapienti proiettano sulla natura il proprio punto di vista tradizionale e la trattano come un’autorità. Si dice che ‘coloro che si credono arrivati alla conoscenza’ riducano la multiforme realtà all’Uno. Zuangzi raccomanda di non imitarli. Invece di trascendere e abbandonare il linguaggio  tradizionale, egli raccomanda di farne un uso pragmatico: questo ci consente di comunicare e di ottenere i nostri scopi. Ciò è tutto quello che ha senso richiedere al linguaggio»] Gli attuali studi sul funzionamento del cervello come espressione del lavoro della mente, oltre all’esperienza della validità dell’uso di metodi fra loro incompatibili quali la fisica classica e quella quantistica, mi sembrano rientrare assai bene nella linea di pensiero che ho sintetizzato qui sopra e indurre a un atteggiamento verso la religione di disinteresse più che di opposizione (alla Aretino, insomma), un atteggiamento quindi ben più radicale – e pericoloso per le chiese – di quello di chi contesta il catechismo sulla base della teoria darwiniana.

24 ottobre 2008
Gentile Ermanno Morgari,
senz'altro le invierò le indicazioni per scaricare da siti i due interventi finora svolti alla GAM. Al suo indirizzo avevo già tentato di spedire il primo, ma mi era ritornato inevaso. Attraverso il sito non dovrebbero più esserci problemi.
Sono persuaso al pari di lei che l'atteggiamento da lei evidenziato sia largamente riscontrabile all'interno della cosiddetta comunità scientifica e qualche volta emerge anche in forme clamorose di proclami che enunciano quella che dovrebbe essere la sovrana indifferenza della scienza o la sovranità della sua indifferenza rispetto, poniamo, alla fede. Avendo dovuto organizzare il Master Scienza-Fede attualmente in corso presso la Facoltà Teologica, ho pure constatato che in molti studiosi questo atteggiamento può essere declinato in ben altra direzione: come dire che la scienza deve tenersi sì dentro i limiti che le sono propri, ma non tutto rientra nei suoi limiti. È dunque possibile e auspicabile che altre dimensioni del sapere non solo abbiano qualcosa da dire, ma debbano essere ritenute di analoga dignità sul piano della conoscenza. Semmai occorrerà, quando è in gioco la comprensione della realtà e quando si cerca di orientare il senso dell'esistenza, occorrerà operare sinergicamente, meno che mai in condizioni di saccente apartheid.

24 ottobre 2008
Reverendo,
credo d'aver capito quello che Lei mi dice, ma forse dovrei insistere: la posizione che Le rappresentavo non è scalfita dalla Sua proposta che mi son permesso di mettere in evidenza segnandola in grassetto. La comprensione della realtà non entra nel programma di chi
- pensa che ci si debba limitare a render conto dell’attività della propria mente impegnata nel compito di produrre reazioni efficaci alla sua storia e considera perciò concetti come “realtà” oppure “universo”, “leggi della natura”, “energia”, “campo” ecc. nulla più che utili sintesi atte a consentire la produzione e lo scambio verbali
- e così pensa anche che l'orientare il senso dell'esistenza sia pura metafora, cioè poesia, bella e confortante magari, ma sostanzialmente vacua.
Insomma, non ci sarebbe un terreno comune su cui incontrarsi, altro che la simpatia umana (e non è poco, certo, ma non costituisce la base d'un confronto intellettuale proficuo).

25 ottobre 2008
Sono d'accordo con lei che chi ha la forma mentis da lei delineata non si senta 'scalfito', ma questo per sua rigidezza e presunzione intellettuale, che peraltro si trova specularmente anche in coloro che in nome della 'sola fides' non accettano alcun dialogo con la scienza. Con questi dogmatismi auto centrati solo sulle proprie visuali non si può entrare in dialogo in quanto di fatto dialogano solo con se stessi e con i criteri che essi dogmaticamente stabiliscono. Il che spesso è appunto accompagnato da insofferenza e da snobbo di altre dimensioni. I sapienti di turno (un tempo lo furono anche teologi e filosofi) ascoltano solo se stessi, ma non parlino per favore in nome della scienza e dell'intelligenza se non per abuso, qualunque sia la loro audience nelle varie epoche.

28 ottobre 2008
Reverendo, dapprima sono rimasto sorpreso nel vedere chiaramente capita da Lei la posizione filosofica che Le ho esposto, mentre finora gli amici filosofi e scienziati credenti e no cui negli anni l’ho presentata mi son sempre parsi manifestare con un silenzio quasi imbarazzato la loro mancanza d’interesse; o forse si trattava della cortese rinuncia ad esprimere con adeguata veemenza la disapprovazione… Riflettendoci, però, mi sono reso conto che proprio la Sua veste di sacerdote L’ha messa in condizione di vedervi nettamente l’errore e il peccato di presunzione intellettuale – diciamo pure superbia, che è più canonico.
Certamente in chi ritiene d’essersi sciolto dai lacci d’una visione che presuppone l’esistenza d’una Realtà e di leggi della natura o d’un Dio e di suoi comandamenti può esserci un senso esaltante di libertà, di autosufficienza, ma accompagnato dalla perfetta coscienza dell’impossibilità di superare i limiti ristrettissimi delle capacità di cui è stato dotato dalla sua storia genetica e culturale: sono i limiti che si pone chi sente di non potere e quindi non vuole (mi ripeto) andare al di là del “render conto dell’attività della propria mente impegnata nel compito di produrre reazioni efficaci alla sua storia”, limiti tali da indurre non tanto a presunzione, quanto a grande umiltà; non dogmatismo ma scelta di metodo. Cosa vuol che sia l’esaltazione per la raggiunta autosufficienza in confronto a quella, ricorrente (e poi delusa) fra gli scienziati, d’esser sul punto di scoprire la teoria del tutto o la particella di Dio, o a quella dei filosofi che di volta in volta stavano creando il grande e conchiuso sistema, o a quella dei teologi che illustrano il mistero della trinità?

Lei riconosce l’impossibilità d'un confronto intellettuale proficuo e l’attribuisce a saccente insofferenza ed a snobbo di altre dimensioni e con questo risponde positivamente a quanto suggerivo nel mio messaggio del 23, che potesse esserci fra la visione cristiana e quella esposta da me un’estraneità anche maggiore di quella che separa il cristianesimo dalle culture orientali. Io però La inviterei a non vedere – almeno sul piano intellettuale – il contrasto in termini così caratteriali. Che poi, quale presunzione, quale saccenteria può albergare chiunque abbia l’unica certezza: quella che lo attende sorella nostra morte corporale? Potrebbe essere diversa la valutazione di tipo politico, e forse in quel campo sarebbe necessaria una bella gara per decidere a chi attribuire la palma dell’arroganza.

29 ottobre 2008
Gentile Ermanno Morgari,
la ringrazio per le sue  puntualizzazioni. L'ultimo richiamo a 'sorella nostra morte corporale' è, come vede, del tutto in clima colla stagione sia climatica che liturgica.

11 novembre 2008
Reverendo,
la questione che Le è stata posta al termine del terzo dei Suoi incontri alla GAM aveva due riferimenti: il titolo stesso dell'incontro e l'analisi delle implicazioni del monoteismo che Lei nel corso dell'incontro aveva sviluppato. Il confronto fra la durata della nostra specie (100000 anni, o anche solo 70000, come altri sostengono) e quella delle fedi monoteistiche cristiane e islamiche, sia pure coniugate in tante forme vive e scomparse, mettendo in luce la contingenza degli sviluppi storici delle tante credenze religiose induce al dubbio circa la ragionevolezza del considerarne una come vera, non parliamo poi dell'impegno a propagarla - e meno male se senza l'uso della sopraffazione, come Lei giustamente oggi sostiene, ma come purtroppo ancora fino al secolo XIX e forse anche al XX non era pratica normale. E sotto quest'aspetto - la conversione forzata o la persecuzione - l'esempio delle Chiese purtroppo ha fatto scuola ai regimi totalitari.

L'altra sera la Sua risposta mi sembrò limitarsi a una lodevole raccomandazione di tolleranza reciproca fra diverse fedi, eludendo il veleno del dubbio che la questione sollevata gettava proprio sulle argomentazioni svolte nei primi due incontri, dedicati a sostenere la fondatezza ragionevole della fiducia da accordare all'interpretazione cattolica dei vangeli. Se Lei avesse tempo e voglia di riesaminare quest'aspetto, La leggerei o la sentirei martedì prossimo con viva attenzione e gratitudine.

Qui finisce lo scambio di messaggi di quattro anni or sono.

Come si vede, nel suo sviluppo la discussione mi ha portato dapprima sul terreno della valutazione della significatività dei riferimenti storici e paleontologici quali conferme o confutazioni delle opposte convinzioni in materia di fede.

Però ben più importante per me e capace davvero di dimostrare la vanità d’ogni tentativo di dare base razionale a una religione rivelata è quanto esprimevo nei miei messaggi del 23 e del 24 ottobre, in risposta ai quali i messaggi del 24 e del 25 di don Segatti mi paiono usare argomenti non del tutto pertinenti. (Aggiungo una nota epistemologica estremamente attuale, direi di moda nelle ultime discussioni filosofiche. È risultata evidente la convinzione realistica di don Segatti a fondamento della ricerca di sinergia fra fede e scienza per orientare il senso dell'esistenza, ecc. Ne consegue la necessità per il credente di aderire al realismo, sulla base del quale soltanto può fondare la fede che le sue convinzioni abbiano validità indiscussa; a tale necessità si sottrae invece chi con pensiero libero non si ponga quel vincolo.)

L’ultimo mio messaggio, privo di risposta, riprende l’esame delle circostanze fattuali atte a dare o togliere sostegno alla fede dei credenti. In effetti la durata della nostra specie valutata in decine di millenni – per non parlare di tutta la precedente evoluzione che in milioni d’anni ci ha portati a distinguerci dagli altri primati più vicini a noi – rende ben poco credibile un così tardivo intervento diretto della divinità in nostro soccorso.

Ermanno Morgari