Fra le tante idee che si trovano pascolando nella rete ci sono anche quelle esposte da un medico americano, Robert P. Lanza, il quale pare godere di ottima stima in campo professionale (cellule staminali) e che però, lanciandosi in elucubrazioni di tipo metafisico e di stile giornalistico-predicatorio, ovviamente all’americana, si professa sostenitore del biocentrismo.
Il Lanza ha ben chiaro come procede la scienza, quando costruisce le teorie come invarianti delle nostre capacità d’azione sviluppate per via filogenetica o scientifica, secondo la spiegazione dei  costruttivisti (v. O. Diettrich), e applica il metodo a partire dai concetti di spazio e di tempo – Kant sarà contento – e appoggiandosi agli esperimenti di fisica quantistica, che dimostrano che l’osservazione conscia, la coscienza, è necessariamente coinvolta nei risultati degli esperimenti. Vien poi chiamato in aiuto da lui il principio antropico, interpretato nel senso che, se esistiamo, è perché nelle equazioni con cui descriviamo l’universo ci sono duecento parametri che sono definiti con estrema precisione, per trarne la conclusione che l’universo sarebbe stato creato dalla vita, non viceversa.


Il guaio è che Lanza si lascia trascinare dal termine astratto “coscienza” a considerazioni anche più astratte, metafisiche: la realtà sarebbe generata dalla coscienza, in quanto è un processo che la coinvolge. Così la coscienza (umana, forse) sarebbe necessariamente all’origine dell’universo o, per non farci mancare le teorie sugli universi paralleli, del multiverso; il biocentrismo allora potrà assumersi il compito di elaborare l’araba fenice theory of everything (teoria del tutto).
Entrati nella metafisica, ci si trova a confrontarsi coi “grandi problemi” e allora il Lanza si cimenta con l’evento, l’esperienza, l’Erlebnis più comune e potente che abbiamo: la morte. La ri-sposta, prevedibilmente, consiste nel negarne l’esistenza: l’immortalità non consiste in un’esistenza perpetua in un tempo senza fine, ma nell’essere addirittura fuori dal tempo. Se questo può cominciare a somigliare al sermone per un funerale, la conferma viene dall’affermazione seguente: “Death is a reboot that leads to all potentialities” (La morte è il riavvio [nel senso informatico] verso ogni potenzialità).

Come tutti – direi – gli atei o agnostici, anch’io mi son trovato spesso a chiedermi come si spieghi che tanti abbiano bisogno d’una religione. Forse la domanda è mal posta: non è direttamente la religione, ma la spinta metafisica che pervade gli uomini quella che viene soddisfatta dalle religioni che uno si trova sotto mano. Vediamo il caso del dottor Lanza, il quale non solo sa di medicina (e in questa, pare, con altissime prestazioni), ma anche di fisica, di filosofia occidentale e indiana, di epistemologia e di chi sa quante altre cose e poi si perde in vacue meditazioni, sostenendole talora con “prove” che non gli rendono onore; e per giunta sente lo stimolo a pubblicarle e trova sia contraddittori sia sostenitori nel mondo accademico. È naturale che persone meno preparate di lui si sentano attratte dalle “grandi domande”: «come, che cosa, quando e perché c’è tutto quel che vedo?», non chiedendosi come funziona la propria mente, come si articola il pensiero, ma dando per scontato che quel che vedono c’è, esiste, è reale così come lo vedono. A grandi domande, confuse risposte; se però arriva il professionista delle risposte, il sacerdote con tanto di catechismo, quegli magari riesce a soddisfare la sete di spiritualità di chi s’interroga, coll’occuparsi anche delle apprensioni esistenziali: bene e male, vita e morte, origine e fine delle cose, delle persone e degli eventi, il teologo inquadra tutto in certezze di realtà, di causalità, di relazioni immutabili. I riti, le musiche, gl’incensi, i gesti ieratici, i paramenti sacri vengono infine a creare uno spettacolo cui volentieri si partecipa trovando conferma per la propria fede nella testimonianza di quella altrui.
È breve il passo da queste manifestazioni della religione all’organizzazione d’una chiesa, cioè d’un organismo teso a perseguire e mantenere il potere entro la società, e così si giustifica ampiamente l’azione di difesa di chi non sia vittima della spinta metafisica. Ecco allora che l’unica speranza di liberazione dall’oppressione clericale deve fondarsi su una chiara acquisizione di quegli strumenti mentali che ci mostrano quanto sia vacua, anziché esaltante, la metafisica, che è – come dice von Foerster – l’insieme delle domande indecidibili o, meglio, delle risposte infondate che valgono solo a rivelare le convinzioni di chi le dà.

Ermanno Morgari