Nella filosofia della seconda metà del ‘900, sotto l’impulso degli sviluppi tecnici e scientifici, si sono sviluppati alcuni filoni di ricerca che le mode più recenti sembrano trascurare, ma che certamente saranno ripresi con vigore per l’importanza che hanno non solo nella sistematizzazione della scienza ma anche per una soddisfacente visione generale del mondo.
In particolare, nella secolarizzazione della cultura, che ha liberato e ampliato le curiosità intellettuali, s’è diffusa la conoscenza dell’evoluzionismo, della genetica e degli strumenti che così si offrono, mentre la fisica contemporanea con la teoria della relatività e la meccanica quantistica ha dovuto riconsiderare le certezze della fisica classica, riducendone il campo d’applicazione e affiancandole nuove teorie. A questa situazione si fa fronte con la visione non realistica che trova espressione nell’epistemologia evoluzionistica costruttivista (EEC). Olaf Diettrich, fisico filosofo epistemologo, ha gli strumenti culturali per inserirsi nel filone sopra delineato e per svilupparlo con importanti contributi. Egli, considerando il parallelismo fra l’evoluzione organica e quella cognitiva delle specie, da anni sostiene e sviluppa l’EEC, la metateoria che interpreta costruttivisticamente le teorie tecniche e scientifiche: secondo questa visione, ogni linguaggio (la lingua corrente, la matematica, la scienza) rende conto degli strumenti in cui si articola il lavoro della mente (singola o collettiva), a partire dalle percezioni sensoriali e arrivando alle teorie, senza descrivere presunte specificità degli oggetti che tratta, insomma non accettando di riconoscere l’esistenza o anche solo l’interesse di una realtà esterna alla mente che indaga e descrive la propria esperienza.


Se perde senso la realtà, come potrebbe salvarsi la divinità? Veramente senza-dio può essere solo chi non abbia bisogno della realtà, ma sappia e voglia contentarsi di valutare le proprie azioni-percezioni-convinzioni. La vera opposizione, il contrasto insuperabile, non divide fedeli e non credenti, ma realisti e non realisti: certamente i religiosi non possono con coerenza rifiutare il realismo e i realisti non hanno argomenti definitivi su cui fondare una posizione ateistica, tutt’al più potranno definirsi agnostici. È anche vero che un realista (Einstein fu grandissimo fra questi) può produrre valide teorie scientifiche in certi campi, anche se avrà difficoltà ad accettare sviluppi non classici (la non-località, per esempio) delle scienze. O. Diettrich s’è posto il problema del rapporto fra scienza e religione in un articolo del 2008 “Gott und die Welt – zum Verhältnis von Wissenschaft und Religion”, pubblicato in rete, in cui affronta la questione dal suo punto di vista di costruttivista, quindi non realista, incompatibile con la religione, della cui posizione però dà conto con (forse lievemente divertita) comprensione ed equanimità.
L’autore ricorda che per lo più le religioni vogliono anche avere la capacità di spiegare l’origine del mondo, ed espone come gradualmente nel passaggio dal medio evo al rinascimento si sia sviluppato con la scienza un contrasto divenuto un conflitto nel caso delle Chiese cristiane dotate di potere temporale, poi man mano assopitosi con la diminuzione di tale potere.
È interessante l’analisi del concetto di scienza che s’intende usare per chiarire i motivi e l’oggetto del contendere. Le scienze naturali si presentano sotto due aspetti: o come strumenti per il dominio della natura, ovvero come mezzi per conseguire modelli di spiegazioni causali della struttura e della legalità del mondo; allo stesso modo da un lato si vede la fede in Dio come strumento del compito trascendente della vita, e dall’altro si concepisce Dio come spiegazione dello stato attuale del mondo. Per dominare la natura, la previsione è più che sufficiente: quando di qualsiasi azione si possono predire le conseguenze e d’ogni situazione si sa come si svilupperà, è potenzialmente assicurato il dominio sulla natura (e il dominio della natura era stato ordinato da Dio all’uomo nella Genesi). D’altronde ampliare il dominio della natura sotto la guida della scienza non porta a volger le spalle a Dio. Ben diversamente invece ci si comporta nei confronti della creazione, ove si voglia descriverla in termini causali. E qui si pone la questione della costanza delle leggi di natura: Anzitutto, sul piano della spiegazione la religione – e non solo quella cristiana – è ben chiara: s’appoggia a un Dio considerato la causa universale di assolutamente tutto, del mondo e delle leggi in esso valide, in quanto sua creazione. Questo, come spiegazione, ha però senso solo se la relazione causale implicita è durevole. Se consideriamo Dio come creatore d’un mondo ontologicamente descritto insieme all’ordine e alle leggi in esso vigenti, il dominio del mondo presuppone che Dio mantenga in seguito il creato nella sua struttura e con tutte le sue leggi. Questo significa che nella concezione tradizionale le leggi di natura sono soggette a evoluzione tanto poco quanto le specie descritte nella storia della creazione, le quali secondo la bibbia dal giorno della loro creazione son rimaste quali erano allora.
A questo punto interviene il quadro esplicativo fornito dall’epistemologia evoluzionistica costruttivista nel cui ambito opera l’autore. L’evoluzione organica e quella cognitiva rendono inaccettabile una visione statica delle leggi naturali e il costruttivismo interpreta le elaborazioni fatte dalla mente come svincolate da una inconoscibile realtà esterna, di modo che tutte le leggi di tutta la fisica si possono rappresentare come invarianti di determinate azioni, cioè delle misurazioni scientifiche; e così fu sempre nel corso della storia, per l’identificazione di regolarità generali. Possiamo cioè intendere il cervello e gli organi di senso precablati di cui disponiamo come apparecchi di misura, i cui indici siano non lancette o led, ma le regolarità che osserviamo e che possiamo intendere come invarianti di processi cerebrali.
Tutte le regolarità che registriamo, comprese le leggi di natura, risultano allora costrutti umani, potendosi solo rappresentare come invarianti delle nostre capacità d’azione sviluppate per via filogenetica o scientifica. Proprio come i nostri strumenti organici, esse sono il risultato dell’evoluzione della specie umana.
Applicando coerentemente la EEC si arriva di necessità a concludere che siamo muti davanti a Dio. Parlando di Dio dobbiamo muoverci In questa nuova cornice concettuale: non possiamo più dire che Dio ha creato il mondo, ma neanche che non l’ha creato, in quanto sono entrambe dichiarazioni vuote che si riferiscono al concetto di mondo, che è un costrutto umano, una metafora per dire “la somma delle esperienze umane”. Per la precisione, non possiamo neppure parlare di Dio. Di qualsiasi cosa parliamo, bisogna prima definirla, sia come un atto sia come una qualità, che anche non va bene, dato che le qualità si definiscono come invarianti dell’azione umana. Le stesse qualità essenziali di Dio, l’amore e la misericordia, si scontrano con la teodicea e così non si riesce a precisarle. In una situazione simile Wittgenstein disse: “Su ciò di cui non sappiamo parlare, bisogna tacere”. E così su Dio: non ci resta che tacere. O meglio, i nostri sforzi di ragionare in termini fisici o filosofici su Dio non trovano risposta, come già dice la bibbia: “Finché non diverrete come bambini [cioè non rinuncerete a ogni ragionamento scientifico], non giungerete nel regno di Dio”, ovvero “Solo dopo un completo disarmo intellettuale avremo l’opportunità di trovarci al suo cospetto”. La teologia e le scienze naturali si sono così separate come possibili fonti di sapere, poiché si occupano di ambiti diversi: le scienze naturali, della spiegazione di quello che percepiscono i nostri sensi nell’ambito d’un mondo alle cui caratteristiche è attribuita un’esistenza reale, la teologia, invece, della spiegazione di quello che la nostra anima riesce a vedere in un mondo creato e retto da Dio. Così Dio è bandito dalle scienze, come le scienze hanno perso il loro appoggio sulla religione. Le due concezioni del mondo, la scientifica e la religiosa, non hanno più niente da spartire e ciascuna deve cavarsela da sola. Con un po’ di buona volontà possiamo appellarci a Gesù e, parafrasando Math. 22,21, dire: “Date alle scienze quel che è delle scienze e a Dio quel che è di Dio”.
Un’altra analisi interessante è quella che il Diettrich conduce, prima confrontando i paradigmi e le applicazioni delle scienze naturali e di quelle sociali, poi valutando le risposte che ai problemi sociali sono in grado di dare, ciascuna nel suo campo, la scienza e la religione. Si può ritenere che il progresso delle scienze naturali abbia già risolto gran parte dei problemi posti all’umanità dall’ambiente fisico e biologico, sicché non necessariamente il futuro sarà accompagnato da un ampliamento continuo della tecnologia e delle scienze naturali; invece si fanno sempre più pressanti i problemi che richiedono un’intelligenza speciale per il dominio dell’ambiente sociale. Nell’emergere dell’importanza della questione sociale, c’è da aspettarsi che le Chiese siano meglio preparate delle scienze naturali, dato che le loro norme etiche hanno essenzialmente un carattere sociale, e soprattutto si apre loro una nuova prospettiva quando in futuro si vedano confrontate non tanto con le scienze naturali quanto con quelle sociali. Quanto questo convenga alle Chiese, resta da vedere, ma si può intuire in che direzione si muovano le cose. Già oggi le Chiese si preoccupano delle questioni di etica sociale e politica più che di quelle teologiche, sentendosi più forti, inserite nella società, in concorrenza con altre forze politiche, sociali ed economiche, per ottenere influenza e visibilità. A questo punto l’analisi del Diettrich si dimostra particolarmente sottile. Nel grande commercio sociale delle idee – dice l’autore – le Chiese cristiane si distinguono dai partiti politici per un aspetto essenziale: i partiti sono orientati alla domanda, vale a dire che s’informano sulle preferenze del pubblico e regolano corrispondentemente i loro programmi, anche quando si premurano di far credere il contrario; le Chiese sono invece orientate all’offerta, poiché devono proclamare la parola di Dio, essendo quindi la loro teologia inerentemente definita e obbligata; ove però s’impegnano in campo politico e sociale, aprono la discussione coi partiti su problemi etico-sociali (tecnologia genetica, energia nucleare ecc.) che offrono loro una comoda legittimazione, anche se la bibbia non contiene aiuti preordinati per decidere. Le Chiese dovranno allora badare che nella generale armonia sociale la teologia non venga loro meno. Per le Chiese c’è da temere che, trascurando la sostanza teologica, debbano ridursi all’etica. In vista di questa possibilità, è ben difficile dare ancora importanza alla contrapposizione fra preistoria biologica e creazione biblica.

Ermanno Morgari