Lo ammetto, la retorica sulla non-violenza mi infastidisce. Innanzitutto perché la dicotomia concettuale violenza / non violenza non mi è affatto chiara. Mi chiedo, sarà poi vero che i testimoni della “non violenza” sono effettivamente non violenti,? In che senso? Ad esempio, sono contro la violenza e il massacro su scala industriale degli animali da allevamento? Sono contro la loro sevizia nei laboratori di mezzo mondo? Sono tutti vegetariani o vegani? Sarebbe bello, ma non mi risulta.

Quindi, la maggior parte dei “testimoni della non violenza” sono contro la violenza verso gli umani, ma tutto sommato, ne deduco, non verso tutti gli altri animali.


In che senso poi, si è contro la violenza verso gli uomini? Se lo stato, come sostiene Weber, è “il detentore della forza legittima” (e quindi anche della violenza legittima), un non-violento dovrebbe essere a rigore anche contro lo stato? Un non violento è così anche un anarchico, certo un anarchico non violento, ma comunque anarchico? Quest'anno, che siamo stati inondati dalla retorica patriottarda del cento cinquantenario, dovremmo ricordarci che anche il nostro stato è nato dalla guerra. La maggior parte dei “testimoni italiani della non violenza” non è che per caso è contro la violenza, ma solo verso gli umani e da un certo anno in poi?

Trovare uno stato che sia nato senza l'uso della forza, della guerra e della violenza è piuttosto arduo. Qualcuno suggerirà …  e l'India di Gandhi? Per trovare una risposta a questa domanda, consiglio innanzitutto di leggersi il libro di Domenico Losurdo “La non-violenza una storia fuori dal mito”. In secondo luogo, è poi proprio vero che l'approccio mistico religioso di Gandhi sia il mezzo migliore per evitare la violenza? Ad esempio, certamente Gandhi si è prodigato per contenere o bloccare la guerra India Pakistan, “tuttavia un serio bilancio storico del movimento da lui ispirato e guidato non può fare astrazione da tale catastrofe … In ogni caso non c'è motivo di ignorare l'eterogenesi dei fini in relazione all' ahimsa professata da Gandhi” (Domenico Losurdo).

Insomma, usando un minimo di senso critico ci si rende conto che il concetto di “non-violenza” puzza di ideologia lontano un miglio. Quello che mi fa sorridere è che tra i più accesi sostenitori della non violenza, oggi, vi siano anche coloro che si fanno vanto del loro essere post-ideologici.

Per condannare un atto violento specifico c'è proprio bisogno di scomodare la metafisica della non violenza, quando in fondo è sufficiente sottolineare come quell'atto è cieco di fronte alle proprie conseguenze, o inopportuno, o non democratico,o incoerente e inadatto ai fini che si prefigge, o soprattutto che, in molti casi, farà il gioco del Potere che si spera violentemente di distruggere?

In certi casi, pensiamo alla Resistenza, la scelta storica concreta non è tra violenza o non violenza, ma piuttosto tra diverse opzioni “violente”. Inoltre a meno di non essere pronti a sostenere un'etica dei principi dalle forti tinte religiose, insieme a personalità, certamente dignitosissime come Gandhi, ma foriera di non poche laceranti contraddizioni, non sarebbe meglio, laicamente, ad imparare a ragionare criticamente sulle conseguenze delle proprie azioni, violente o non-violente che siano?

Luca Cartolari