Nell’ultimo numero di National Geographic Italia, aprile 2015,  troviamo un articolo di due pagine intitolato “La scienza della Sindone”, a firma di Bruno Barberis. Per chi non lo sapesse, Bruno Barberis è il direttore del CIS -Centro Internazionale di Sindonologia- di Torino. La lettura di questo articolo è particolarmente interessante, in quanto tipico e istruttivo esempio di insalata mista di pregiudizi, omissioni, e ambiguità. Per un lettore di media cultura, ma anche e soprattutto dotato di apertura mentale, il titolo dell’articolo, piuttosto allettante, lascia presagire la lettura di un testo scientifico, quindi equilibrato e libero da pregiudizi, sulla Sindone. Su altre riviste, prestigiose almeno quanto il National Geographic, abbiamo diversi esempi di interessantissimi articoli di firme illustri, con titoli altrettanto accattivanti come ad esempio “La scienza delle bolle di sapone” o “La scienza dei castelli di sabbia”, solo per citarne due tra le diverse decine, se non centinaia, al riguardo. Nel primo, si spiegava come le forze superficiali delle bolle di sapone tendano a mantenerne simultaneamente una spiccata sfericità e una estrema sottigliezza; nel secondo, si spiegava come le forze di attrito dei granelli di sabbia, combinate con le dimensioni degli stessi, tendano a mantenere forze trasversali che sostengono il castello fino a certi angoli limite. Il primo faceva comprendere il successo dei fratelli Montgolfier, e il secondo l’insuccesso dei costruttori della piramide egizia di Meidum.

Niente di tutto questo, neanche lontanamente, nell’articolo sindonologico.

La prima cosa che salta agli occhi durante la lettura, è una esplicita fallacia argomentativa formalmente conosciuta come “petitio principii”: la conclusione viene proditoriamente inserita nelle premesse. Banalizzando un poco, si tratta di un pregiudizio. L’autore, infatti, afferma che la scienza non è in grado di spiegare come un cadavere abbia potuto formare la figura impressa nel sudario. Evidente quindi, anche per il lettore distratto, che il nostro dia per scontato che l’impronta sia stata provocata proprio da un cadavere: un pregiudizio, un errore, tanto grossolano quanto antitetico, per la scienza della quale il titolo dell’articolo pare invece compiacersi. Nessuna menzione,  piuttosto, al fatto che potrebbe non essere stato un cadavere a impressionare il sudario; anzi, viene esplicitamente affermato che i risultati degli studi (ma quali?) consentono di “escludere che sia dovuta all’opera di un artista”, in quanto nessuno è mai riuscito a riprodurre l’immagine sindonica. Semplicemente falso: l’immagine sindonica è stata riprodotta da Garlaschelli, del CICAP.

Procedendo nella lettura ci troviamo di fronte ad un’altra eclatante scoperta che riguarda la datazione al C14 effettuata sul lenzuolo. Qui viene addirittura messa in dubbio l’attendibilità del metodo C14: i risultati, afferma Barberis, potrebbero essere altamente falsati da contaminazioni di “tipo biologico o chimico”. Altamente falsati? Altro pregiudizio: una misura non è “altamente falsata”, casomai possiede una propria accuratezza intrinseca. Nessuna menzione del fatto, e qui abbiamo un altro esempio di grave omissione aggiunta al grave pregiudizio, che l’accuratezza delle misurazioni (erano state tre, indipendenti) era stata verificata nientemeno che dall’istituto di metrologia “Colonnetti”. Eppure, senza scomodare il CNR (del quale l’istituto faceva parte all’epoca), dovrebbe essere sufficiente un minimo di conoscenze aritmetiche per verificare come la datazione (periodo stabilito 1260-1390) avrebbe, secondo il sindonologo, un’accuratezza, anzi, un’inaccuratezza, quasi del 100%. La scienza di Barberis ci suggerisce forse che il metodo C14, largamente utilizzato in archeologia, sia un totale flop? Apparentemente, in quanto contrasta con le sue aspettative. Ciò che appare comunque evidente, è che il nostro tralascia e nega allegramente quanto a suo tempo affermato, con notevole onestà intellettuale, dallo stesso cardinale Ballestrero, e cioè che “bisogna accettare i risultati della scienza, anche se contrastano con ciò che ci dice il cuore”.

Altre essenziali omissioni dell’articolo, che ne avrebbero invece avallato il titolo, riguardano considerazioni perfettamente scientifiche, o storiche, come l’”anamorfismo” del corpo e dell’immagine (vedi Maschera di Agamennone), la tipologia dell’ordito del tessuto, e la dinamica delle gocce di sangue. Tutto clamorosamente eluso.

Diciamolo: non è mai stato chiaro quale tipo di disciplina sia la cosiddetta Sindonologia, ma, se questo è un lavoro prodotto dal suo personaggio più illustre, nientedimeno che il direttore dell’istituto, allora siamo messi male. E anche National Geographic Italia non ne esce affatto bene. Con una certa giustificata malizia, verrebbe spontaneo pensare dell’intero articolo come ad una voluta presa in giro del termine “scienza”. Malizia peraltro oggettivamente giustificata: perché scrivere “Sindonologia” con una S maiuscola, e “scienza” con la s minuscola, se non per far prevalere la prima sulla seconda?

Giorgio Pozzo