Da un po’ di tempo, forse da troppo tempo, non si fa altro che parlare di laicità dello Stato, riferendosi al fatto che la nostra Repubblica non ha più una religione di stato a partire dalla revisione del concordato tra Stato Italiano e Vaticano del 18 febbraio 1984. Non avere una religione di stato significa che ogni cittadino è libero di credere, e quindi avere una religione, qualsiasi religione, o di non credere e quindi non avere una religione, senza per questo essere discriminati. Non ostante ciò si ha la netta impressione che non sia cambiato nulla, nel nostro Paese, in fatto di religione. Voglio dire che la religione cattolica continua ad agire, col beneplacito delle Istituzioni, come se fosse ancora la religione di stato, facendo di tutto per imporre le sue idee, i suoi valori e i suoi dogmi a tutti gli italiani. Una caratteristica peculiare delle religioni, tutte, è quella di proclamarsi detentrici di verità assolute che il più delle volte cozzano obiettivamente non solo con le “verità assolute” di altre religioni, ma anche e specialmente, con le conoscenze scientifiche acquisite dall’umanità attraverso lo studio incessante della natura e delle leggi che la regolano, ivi compreso il cervello umano (oltre che il corpo ovviamente) visto sia come entità fisica che intellettiva. Studio che nel corso dei secoli è stato spesso ferocemente osteggiato dalla religione; basti ricordare la vicenda dolorosa di Galileo Galilei o la tragica fine di Ipazia d’Alessandria avvenuta nel 415 dell’era volgare, per volere del vescovo Cirillo santo Padre della Chiesa, perché donna pagana e scienziata. Conoscenze scientifiche che hanno portato un innegabile progresso in tutti i campi della nostra vita, dalla medicina e alla salute, ai trasporti, alle comunicazioni, al lavoro, alla cultura, ecc.., migliorandone la qualità. In uno stato moderno e cosmopolita, come sempre più sta diventando il nostro, continuare a imporre per legge certi valori e dogmi che sono solo di una credenza religiosa (anche se di grande maggioranza) o di un’altra, non aiuta certo il processo di integrazione e la convivenza civile e pacifica di tutte le persone che in esso vivono e che la nostra Costituzione garantisce. Di sicuro fomenta l’intolleranza, e fa pensare piuttosto ad uno stato fondamentalista di cui purtroppo abbiamo tragici esempi in giro per il Globo.

Il New York Times ha una sezione "Opinion" in cui è apparso recentemente lo scritto del gesuita, professore all'università Notre Dame, Gary Gutting. Nell'articolo, interessante per molti versi, il Gutting esprimeva tra l'altro il giudizio che siano privi di valore gli argomenti ateistici o agnostici del Dawkins, con ciò attirandosi critiche violente in molti dei circa 700 interventi di risposta al suo articolo. A queste critiche è seguita una risposta assai articolata ed apparentemente equanime del Gutting, costruita coll'impiego dei soliti vacui argomenti filosofico-teologici. Le risposte a questo nuovo intervento superano al momento le 800. Mi pare che quella che cito qui sotto sia ottima:

A quanto pare Lei dice che avere la sensazione che Dio esista basti per pretendere che si mantenga almeno una posizione agnostica. Ma la sensazione, per quanto profonda, non è una prova. Nessuno sentirà la propria fede più di coloro che si fanno saltare in aria in una piazza affollata, sicuri d’ottenere le loro 72 vergini in cielo. “Avere una sensazione” non è un argomento e non sposta la discussione.

E la famosa teiera di Russel? Se si ha notizia di avvistamenti credibili di teiere in orbita, sarò disposto a crederci; se però c'è solo una setta religiosa a vedere la teiera e non sa offrire prove tangibili ma solo aneddotiche e in conflitto con le osservazioni di altri, devo ritenere che un gruppo di persone abbia qualcosa da guadagnarci dalla storia della teiera. Dovrò forse contribuire alla costruzione d'un tempio della setta della sacra teiera? Questa non è una prova.

I credenti ammettono che il loro Dio esista al di fuori dell'universo materiale e sia difficile da afferrare: ne abbiamo un'oscura nozione, come attraverso un vetro affumicato, con una vaghezza che ci negherà per sempre una visione chiara. Come dice Shakespeare, ci sono più cose in cielo e terra di quante ne possa sognare le filosofia.

Pare però che i credenti sappiano tutto su Dio. Sanno precisamente cosa vuole, e specificamente cosa dobbiamo fare per pagare il nostro debito con Lui. Sembra che l'unica cosa che non possiamo sapere sia se esista o no. I credenti conoscono Dio senz'ombra di dubbio e fanno della Fede una virtù, i non credenti, ben che gli vada, s'accontentino di restare agnostici.

Possono ben esserci più cose in questo mondo di quante ne sogni la mia filosofia, ma se io non sono neppure in grado di sognarle come posso farmi una filosofia significativa sulla base d'una loro sicura presenza terrificante?

Alla c.a. del conduttore di Prima pagina di radio3, Bruno Costi vice direttore de Il Giornale
Per conoscenza alla redazione

Oggetto: sentenza UE sul crocefisso

Rispondendo ad un ascoltatore e ad un’ascoltatrice lei  ha toccato veramente la sostanza del pronunciamento UE: il crocefisso non è un sopramobile, un elemento d’arredo, è il simbolo della presenza cattolica (non genericamente cristiana) nella vita pubblica nel nostro paese, dove rivendica non solo la libera espressione del pensiero, legittima per tutte le fedi religiose e per tutte le visioni del mondo non religiose, ma un posto di preminenza e di privilegio nelle istituzioni; da giornalista o da semplice cittadino informato saprà bene  quali sono gli ambiti in cui si concretizza: insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica (con ruolo degli insegnanti nominati dalla curia), finanziamento massiccio della scuola confessionale, l’8 per mille, finanziamento degli oratori, esenzioni fiscali diverse, oneri di urbanizzazione secondaria dai comuni e tutta una serie di prebende anche difficili da quantificare perché provenienti, a vario titolo, da una giungla di delibere degli enti locali…chi più ne ha più ne metta, non ultima in ordine di importanza la pretesa di fare leggi che riguardano tutti i cittadini secondo un’etica di parte ritenuta universale (vedi testamento biologico, legge 40, boicottaggio della 194 e la pregressa campagna antidivorzista), con l’esplicita negazione dell’autodeterminazione nelle scelte personali.

Annalisa COLIVA - I MODI DEL RELATIVISMO - Editori Laterza, Roma- Bari, 2009 - Pagg. 228, € 20,00
Recensione di Guido Bertolino

Il tema del relativismo è diventato, negli ultimi tempi, abbastanza frequente grazie soprattutto a (o per colpa di, a seconda dei punti di vista) Benedetto XVI, che ne ha fatto uno dei suoi ritornelli più frequenti, riferendosi, ovviamente, al relativismo in campo etico e religioso.
Può quindi essere utile, oltre che interessante di per sé, studiare più da vicino il relativismo e scoprire così, grazie a questo libro, che di relativismi ce ne sono parecchi, anche se, come si vedrà, tutti riconducibili ad uno stesso schema concettuale.
L’autrice, Annalisa Coliva, è professore di filosofia del linguaggio presso le facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Modena e di Reggio Emilia.
L’opera si occupa del relativismo da un punto di vista filosofico; le recenti polemiche di papa Benedetto XVI sui risvolti religiosi e civili del relativismo non sono specificamente affrontate in quanto non pertinenti al campo di indagine, prettamente filosofico, che l’Autrice si propone di esplorare.
L’opera si divide in tre parti; la prima descrive i vari tipi di relativismi, in campo filosofico, linguistico, culturale, epistemico, ecc; la seconda tratta delle critiche rivolte storicamente alle posizioni relativistiche, da parte dei cosiddetti realisti; la terza infine, si propone di superare entrambe le posizioni, relativistiche e realistiche, mediante l’antirealismo. La terza parte è, a mio modo di vedere, quella più debole di tutta l’opera; mi sembra che il presunto superamento, sia del relativismo sia del realismo, presti il fianco a numerose critiche e non sia, in ultima istanza, altro che buon senso mascherato da filosofia.
La prima e la seconda parte sono, invece, molto istruttive e merita studiarle con attenzione.
Interessanti sono alcune considerazioni svolte dall’Autrice nell’Introduzione: anzitutto circa la finalità etica dell’opera, consistente nel tentativo di abbassare i toni della polemica (fomentata in Italia dal Vaticano, assente all’estero – NDR), e ricondurre la discussione sul piano filosofico (pag. IX). Poi la chiarificazione sul fatto che il rifiuto del relativismo non comporta, ipso facto, l’accettazione supina del realismo; tra queste due posizioni estreme esiste una terza via, che permette di indagare, con maggior equanimità, le ragioni dell’uno e dell’altro (pag. X). L’Autrice enumera poi (pag. XI) le varie forme di relativismo (da cui il titolo sui suoi “modi”), senza nascondersi che forse l’elenco non è completo (ciò che concorrerebbe a corroborare la tesi della molteplicità dei relativismi), avvertendo però che tutti hanno uno schema pressoché comune (come si vedrà nel corso della trattazione). Infine, perché lo studio del relativismo? Perché dalla sua accettazione o dal suo rifiuto dipende la nostra comprensione della realtà (pag. XIII). 

Un pomeriggio di festa in una giornata dalla temperatura ideale: non troppo caldo né freddo. Sono arrivata in piazza Ankara insieme a Vera Pegna, che mi aveva generosamente ospitato a casa sua la sera precedente.
Il suono della musica e una miriade di persone allegre ci ha accolto tra lo sventolio delle bandiere UAAR e i cartelli con i nostri slogan su sfondo giallo preparati dall’organizzazione e dai soci provenienti da tutta Italia.
Nell’attesa l’incontro con alcuni soci e socie, lo scambio di battute, qualche foto scattata in un’atmosfera quasi trasparente dove il sorriso testimoniava il nostro piacere di essere insieme.