Ormai sull’affare della mancata visita di papa Benedetto XVI si è detto e scritto moltissimo, anzi troppo direi, in maniera quasi spropositata rispetto alla reale rilevanza dell’evento (tra l’altro poco notata dalla stampa internazionale, dove la notizia è stata riportata con un’enfasi diversa).Già questo la dice lunga sulla particolarità del nostro (inteso come Italia) rapporto con lo stato Vaticano. In questa occasione però (a me pare) che il motivo dell’incidente sia da ricondurre direttamente all’errore effettuato dal rettore Guarini ad invitare il papa (non solo capo di uno stato estero, ma soprattutto guida spirituale di una particolare religione). Quell’invito non andava fatto. Anche se in un primo tempo il papa era stato invitato addirittura a tenere una lezione magistrale, poi è stato corretto il tiro (era presente come semplice ospite, in quanto hanno fatto notare al rettore, che la prassi vuole che la Lectio magistralis sia tenuta da un professore organico alla stessa università), ma questo non ha contribuito a rasserenare il clima, già surriscaldato da una lettera inviata per primo dal prof. Cini (emerito di fisica alla Sapienza) sottoscritta da una settantina di colleghi (gran parte sono docenti del dipartimento di fisica dello stesso ateneo) in cui si manifestavano legittime perplessità circa la visita del pontefice in concomitanza con l’importante e simbolico evento dell’inaugurazione dell’anno accademico.

L’Italia ha svolto un ruolo importante e determinante per la moratoria della pena di morte nel mondo ed il voto decisivo del dicembre 2007 per la sua approvazione all’ONU è il frutto riconosciuto dell’impegno politico ed umanitario italiano, condiviso ed unanime.
Questo nostro stesso Paese da 30 anni ha sconfitto l’incivile piaga dell’aborto clandestino, che le ultime generazioni per fortuna non conoscono e che ha mietuto, sino alla nuova legge, più morti tra le donne di quante oggi se ne verifichino sui posti di lavoro.
La legge 194 del 1978, che disciplina la tutela della maternità e l’interruzione volontaria di gravidanza, costituisce una conquista di civiltà e di rispetto della vita delle donne nell’affermazione della responsabilità e della piena capacità di accoglienza di una nuova vita, espressa in maniera esemplare attraverso l’autodeterminazione nel scegliere che una gravidanza sia davvero progetto di maternità voluta e responsabile.
A qualcuno è sembrato plausibile ed opportuno utilizzare la moratoria sulla pena di morte per scatenare una campagna contro la legge sull’aborto.

“[…] permettetemi che io vi racconti ciò che ho visto e sentito in altri paesi, oppressi da questa specie di tirannica inquisizione. Nei quali paesi, trovatomi io a sedere fra i loro dotti (poiché, infatti, mi toccò questo onore) fui da loro reputato fortunato per aver avuto i natali in una terra di filosofica libertà – come stimavan che fosse l’Inghilterra; mentre essi invece non facevano altro che lamentarsi della servitù in cui eran caduti i loro studi, affermando che era questa servitù che aveva offuscato la gloria del genio italiano, in modo che niente si scriveva laggiù, da molti anni, se non adulazioni e tronfia rettorica. Fu lì ch’io trovai e visitai il famoso Galileo, ormai vecchio, divenuto prigioniero dell’Inquisizione, perché avea pensato, in astronomia, diversamente da come pensavano i suoi censori francescani e domenicani.

Così John Milton, in Areopagitica, ricorda la sua visita in Italia allo scienziato Galileo. Per un fervente e austero seguace della causa puritana, (quale Milton era) nell’Inghilterra del XVII secolo, già ben predisposto a condannare le dottrine del cattolicesimo, l’idea di Galileo come “martire” della Chiesa romana emergeva in maniera del tutto naturale. L’opera di Milton appena citata, rappresenta un testo fondamentale, il maggiore scritto in prosa interamente dedicato alla libertà di pensiero e di espressione.
Ma oggi (siamo nel 2006), ci troviamo invece qui a scrivere ancora di problemi che riguardano la libertà. Perché di questo si tratta e non di altro.
Di acqua sotto i ponti ne è passata, ormai facciamo (per fortuna) parte, insieme a molti altri paesi ,di un Europa che si dice libera, moderna, laica. Ma se le parole hanno un significato è bene analizzare soprattutto il termine laico, laicità. Deriva dal greco laos e dal latino laicus che vuol dire del popolo. Ma nella società di oggi assume accezioni diverse.
Punto di forza dell’idea di stato laico è la netta separazione tra il potere politico e quello ecclesiastico, tra le leggi ed i codici religiosi, così che lo Stato non può privilegiare nessuna visione religiosa o non religiosa, ma deve farsi garante della libertà di tutti i cittadini, senza interferire nelle loro scelte personali in materia di fede, di etica, di credenze ideologiche.
Già Locke nel 1689 nella sua Epistola sulla tolleranza aveva gettato le basi fondanti di laicità e di stato laico, che sempre secondo Locke non è altro che un’associazione di uomini che ha come scopo il mantenimento e il progresso dei loro interessi civili (la vita, la libertà, l’integrità e l’inviolabilità del corpo). Se dello stato fanno parte indistintamente tutti i cittadini che risiedono nel territorio in cui esso esercita la sua sovranità, l’appartenenza ad una chiesa dipende esclusivamente da una adesione assolutamente libera. Nessuno per nascita è membro di una chiesa, perché se così fosse in maniera assurda la religione dei padri verrebbe ereditata in maniera naturale dai figli. Ovviamente non è così. Ciascuno sceglie in maniera autonoma di aderire a questa o quella comunità ecclesiastica, così come liberamente decide di uscirne ove lo ritenesse opportuno. Per tanto le chiese non sono altro che associazioni libere e volontarie, tutelate dallo Stato in egual modo in maniera che nessuna goda di particolari privilegi, ma che non possono pretendere di sostituirsi ad esso, oppure di condizionarne l’azione. Uno stato moderno (nella attuale concezione del termine) dovrebbe mantenersi neutrale nei confronti delle diverse concezioni religiose, rispettare l’autonomia delle diverse religioni che ovviamente hanno la massima libertà di scegliere la propria forma organizzativa, ma che non hanno giurisdizione sul piano politico, né la possibilità di ingerenza nelle istituzioni pubbliche.
Pochi giorni prima di scrivere questo articolo, la vicenda umana dolorosissima di Piergiorgio Welby (che si è conclusa con la sua morte) ha aperto in Italia una discussione rovente, che inevitabilmente porta allo scontro su un tema come quello della eutanasia e questioni morali di fine vita.